Analogue Cops su Diggers Society: "CH In A Gypsy World"
Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Lucretio e Marieu, il duo italiano based in Berlino che da oltre due decenni porta la sua visione analogica nel panorama underground elettronico.
Dopo anni di resistenza analogica e produzioni cult per etichette come Restoration e Tabernacle, il duo italo-berlinese approda su Diggers Society con ‘CH In A Gypsy World’. Un EP che rappresenta al 110% loro estetica musicale, affondando le su radici nel solco tracciato dal loro inconfondibile tocco Chicago house con aggiunta di techno, electro e acid.
Da quasi vent’anni, Lucretio e Marieu, in arte The Analogue Cops, rappresentano una delle fazioni più ostinate e rispettate della scena underground. Fondatori di Restoration Records, si sono autoproclamati “difensori del vinile” e nemici giurati del download digitale, forgiando un suono che mescola la ruvidità del techno più puro con la profondità della Chicago house, il funk di George Clinton e la spiritualità del jazz di Miles Davis. Trasferitisi a Berlino, hanno continuato a portare il loro verbo fatto di solo hardware analogico in giro per il mondo. Ora, con il quinto capitolo della Diggers Society Records, ‘CH In A Gypsy World’, tornano a dimostrare perché la loro firma è diventata un sinonimo di qualità e attitudine.
Li abbiamo incontrati per parlare di attrezzature, dancefloor e del significato nascosto dietro i titoli.
Questo nuovo EP per Diggers Society arriva dopo una serie di produzioni sparse. Cosa rappresenta ‘CH In A Gypsy World’ nel vostro percorso? È il punto di arrivo di un periodo o l’inizio di una nuova fase?
Lucretio: "CH In A Gypsy World" raccoglie alcune energie che stavano girando da un po’, idee nate in studio e maturate suonando live in giro, ma allo stesso tempo apre altre porte. Guardiamo sempre avanti, con curiosità, senza la necessità di definire una fase precisa. In fondo, quello che conta è continuare a muoversi, restare in ascolto e lasciarsi sorprendere da quello che verrà dopo. E dopo arriverà un nuovo disco su Restoration dopo un lungo break per cause di forza maggiore e un 10 pollici speciale su Timeless di Francesco Del Garda.
Marieu: “CH in A Gipsy world” è sia un punto di arrivo che una nuova partenza, punto di arrivo visto come evoluzione sonora durata piú di 20 anni e nuovo inizio visto come punto di partenza per nuove idee e sperimentazioni. Diciamo che gli anni passano ma non ci si ferma mai, ci sono sempre nuovi stimoli e nuove idee da mettere in campo.
L’EP si divide in due lati molto netti: la A-side è un concentrato di techno pura (‘Fake Black Out’, ‘Do What You Want’), mentre la B-side vira verso sonorità house (‘Milano Gipsy’, ‘Chinese Coffee’). È una scelta voluta per mostrare la vostra dualità? Come gestite questo equilibrio in un live set?
Lucretio: Le tracce sono state scelte dai ragazzi di Diggers Society tra una rosa di almeno una decina di brani, metà dei quali registrati proprio per loro e altri estratti da live set eseguiti all'Hoppetosse e al Club der Visionaere.
Essendo degli umili devoti della tradizione della Techno di Detroit, la nostra musica si muove arrembante tra sonorità più ruvide e minimali, beats electro e accordi soulful tipici della house d’oltreoceano. I primi dischi di UR o di Derrick May sarebbero per molti catalogati come ‘House’ al giorno d’oggi Il tutto con una forte influenza del suono wonky di Brighton degli anni ’90, della dubstep degli arbori e, ça va sans dire, del suono berlinese, da Tresor alla Kanzleramt degli albori, passando per Basic Channel.
Difficile da catalogare: pensiamo che la musica, in una serata o in un evento di più ore, non possa avere la stessa aggressività dall’inizio alla fine. Ci deve essere un clima, momenti più cupi e paranoici, ma anche gioia e presa bene.
I titoli dei brani raccontano storie: c’è un omaggio a Milano, un riferimento a un “gypsy world”, c’è il “Chinese Coffee”. Quanto sono autobiografici questi titoli? Cosa si cela dietro la scelta di questi nomi?
Marieu: Diciamo che, da quando abbiamo iniziato a produrre, ogni disco contiene sempre un riferimento a esperienze personali o a qualcosa che appartiene alla nostra quotidianità. Quasi una gag interna che creiamo tra di noi, e che nel tempo è diventata riconoscibile anche per chi ci segue. Infatti, chi ha imparato a conoscerci l’ha colta fin dalla nostra prima uscita su Restoration.
In questo senso, i brani nascono spesso come una fotografia di un momento preciso: riflettono stati d’animo, situazioni che viviamo ogni giorno e, più in generale, tutto ciò che ci passa per la testa in quel periodo. È un modo spontaneo e diretto di tradurre la nostra realtà in musica.
La special edition include un 10” limitato con due esclusive, ‘Burning Jack’ e ‘Yes Or Not’. Questa è una chiara strizzata d’occhio ai collezionisti e ai puristi. Cosa rappresenta per voi, oggi, il concetto di “edizione limitata”?
Lucretio: È una scelta editoriale dei ragazzi della label. Sicuramente è una release molto interessante e accattivante per i collezionisti, ma anche per i DJ. Non sono un gran fan dei 10", se devo essere onesto: preferisco più plastica, più minuti e solchi più larghi per avere un volume più alto.
Con i numeri che ci sono oggi nel mercato discografico, mi fa un po’ sorridere il concetto di edizione limitata. E se lo Stretto di Hormuz resta chiuso, temo che le edizioni saranno sempre più limitate.
Sicuramente poche copie disponibili di un disco lo rendono più prezioso emotivamente per chi se lo accaparrerà.
Nel corso della vostra carriera, avete collaborato o ricevuto apprezzamenti da vere e proprie leggende come James Pennington, Theo Parrish e Jeff Mills. Quanto ha influito l’eredità di Detroit e Chicago sulla vostra musica? In ‘CH In A Gypsy World’ c’è un pezzo in particolare che sentite più vicino a quella tradizione?
Marieu: Detroit e Chicago hanno influenzato il nostro sound fin dall’inizio, da quando eravamo ancora ragazzini e non sapevamo nemmeno cosa volesse dire essere dei producer. Andavamo alle serate con ospiti dagli Stati Uniti semplicemente per ascoltare buona musica, e credo che quell’esperienza ci abbia formati profondamente già in giovane età.
Una volta arrivati a Berlino, siamo entrati in contatto con Buzz Goree (Mixworks), che all’epoca era uno dei DJ di Underground Resistance. Grazie a lui abbiamo avuto modo di conoscere una serie di artisti che, nel nostro immaginario, erano vere e proprie leggende.
Detroit e Chicago hanno quindi rappresentato una base fondamentale della nostra formazione musicale e, insieme ad altre influenze, hanno contribuito in modo decisivo a definire il nostro suono fin dagli inizi. “CH in a Gipsy World” non è un album propriamente in stile Detroit, forse più Chicago ma se dovessi scegliere un brano che si avvicina maggiormente a quell’estetica, probabilmente direi “Yes or No”.
Ormai la vostra filosofia di incisione su plastica nera vi precede, rendendo ogni vostra produzione un vero e proprio pezzo unico. Quanto è difficile oggi mantenere alta la bandiera del vinile?
Lucretio: Difficilissimo. A volte sembra anacronistico. Ma poi, quando fai un mix con due vinili nuovi o vedi qualcuno in console che non suona solo con le chiavette, ancora ti emozioni. Senza dubbio, la fatica e la spesa, tanto per chi lo produce quanto per chi lo acquista, rendono l’esperienza del suono sui solchi di questo oro nero sempre più unica e affascinante. D’altro canto, di petrolio ne resta ancora per 50 anni, forse, quindi o si trovano dei materiali alternativi oppure farà la fine del nastro magnetico.
Sicuramente, se ci fosse una spinta da parte dei big players per vedere più DJ con i giradischi in console, forse le cose cambierebbero un po’. Ma anche una maggiore richiesta ai pressing plant farebbe schizzare ancora di più i prezzi.
Who knows? È tutto molto complicato. Ora piú che mai
Dopo questo EP, cosa bolle in pentola per The Analogue Cops? Tornerete presto in Italia con un live set tutto analogico?
Marieu: In questo periodo ci sono sempre nuove idee in sviluppo. Oltre alle uscite già menzionate da Lucretio, stiamo lavorando a un nuovo live A/V, che rappresenta un’evoluzione rispetto al formato hardware che abbiamo portato finora, anche grazie all’introduzione del computer all’interno della performance.
Parallelamente, stiamo sviluppando un progetto insieme ad altri amici con l’obiettivo di costruire un live più ampio e strutturato, che possa avvicinarsi al concetto di band, includendo vocalist e altri musicisti. È un percorso in cui crediamo molto e che ci entusiasma particolarmente.
Per quanto riguarda The Analogue Cops, torneremo a breve in Italia con nuovi live hardware, completamente rinnovati, in linea con il nostro approccio in continua evoluzione.
