Dentro il disco: "Hotel infinito Remixes EP" by Missing Ear con Piezo, Zuli, Sebastien Forrester e Glass
Abbiamo fatto quattro chiacchiere con due delle 10 mani che hanno lavorato al remix di "Hotel infinito", Missing Ear e Piezo.
Si percepisce subito, come al centro di questa release, ci sia un paradosso saldo e ben strutturato. L'hotel di Hilbert, quella struttura matematica capace di accogliere un numero infinito di ospiti anche quando ogni stanza è già occupata, ci insegna che basta riorganizzare gli spazi. È da lì che sembra essere partito Matteo Gualeni, nome d'arte di Missing Ear, batterista sperimentale e sound designer milanese, che ha trasformato questa immagine astratta in un dispositivo sonoro concreto: Hotel Infinito. L'album, a distanza di qualche mese, l'infinito lo ha moltiplicato, aprendosi ad altri corpi, altre mani, altre ossessioni. Quattro remixers, quattro detonazioni.
L'EP originale è un lavoro ruvido, intenso e a tratti industriale. Gualeni parte dalla batteria acustica (la sua formazione è quella del jazz) e la trasforma in un materiale ibrido, un paesaggio che non è mai suono "puro" ma sempre texture, struttura e architettura spaziale. La batteria diventa strumento e territorio simultaneamente, un sistema fisico attraverso cui un'inesauribile gamma di possibilità sonore viene continuamente rivelata. Il disco si muove tra post-club, architetture ritmiche decostruite, IDM leftfield. E lo fa con una postura precisa: ascoltare, per Gualeni, è un atto fisico, quasi posturale. "Devi decidere di fermarti, di lasciare che qualcosa ti attraversi invece di scorrere via".
Poi, la scelta di aprire le porte. Di condividere gli stems, non il master finale, ma il materiale grezzo, con quattro artisti che potessero entrarci dentro, non solo processarlo da fuori. ZULI, Piezo, Sébastien Forrester, Glass. Quattro letture, quattro mondi.
Piezo arriva da un'altra galassia. Il suo sound, quello che molti ancora etichettano come UK techno, anche se lui stesso ammette che di strettamente UK ormai è rimasto ben poco, è fatto per il dancefloor, per il corpo e l'istinto. "Soprattutto in questo periodo sto seguendo un approccio molto istintivo, immediato e fisico", racconta. "In passato ho cercato anche percorsi più concettuali, ma non credo che Piezo sia il progetto più adatto per quel tipo di ricerca".
“Hotel Infinito” è un album che nasce da una riflessione concettuale e da un'idea di spazio e percezione. Il tuo approccio, invece, è spesso più fisico e legato alla club culture. Come hai affrontato la sfida di rielaborare un disco che non era nato per il dancefloor, portandolo in una direzione più dance o tribale?
In generale, mi interessa comunque esplorare idee al limite, senza perdere di vista il fatto che la mia rimane musica fatta per essere ballata.
Allo stesso tempo, la dance music offre centinaia di linguaggi diversi, e una delle cose che mi diverte di più è passare da uno all'altro in maniera anche piuttosto netta. Altrimenti finisco per annoiarmi.
In questo momento mi interessa rallentare i BPM ed esplorare sonorità che guardano alla trance / prog, alla “tribal” (anche se non amo il termine) e all’EBM. È una direzione che si sente anche nel mio ultimo EP su NAFF. Anno prossimo chissà…
Per questo remix non ho seguito un ragionamento troppo elaborato: alcuni elementi presenti nel brano originale erano già naturalmente in sintonia con quel tipo di immaginario sonoro, quindi la trasformazione è avvenuta in modo piuttosto spontaneo.
Nella tua versione di “Difficile” quali sono stati gli elementi dell'originale che hai voluto preservare e quali, invece, hai trasformato per adattarli al tuo suono, fatto di UK techno e mutant dance music?
Direi soprattutto le atmosfere e le percussioni: sono elementi molto scuri ma anche molto potenti. In particolare le atmosfere mi hanno permesso di costruire un arrangiamento più lungo del solito, dando allo stesso tempo continuità e variazione.
Il kick principale e la linea di basso invece li ho completamente ricostruiti per spostare il brano verso territori più vicini alla trance. Quasi alla fine del processo mi è venuta l'idea di aggiungere una mia voce urlata e distorta per accentuare il carattere EBM del remix.
La tua produzione è nota per un sound design meticoloso e "mutato". Quanto è stato importante, nel tuo remix, lavorare sulla texture e sul dettaglio sonoro per restituire la complessità dell'album, pur spingendolo verso il club?
Penso al sound design un po' come alle spezie in cucina: ci sono tradizioni per cui una ricetta senza spezie semplicemente non avrebbe senso. Per me funziona allo stesso modo. Non importa quale genere o stile, se non aggiungo qualcosa di “sound design” (detta meglio, se non mi metto a manipolare alcuni suoni in modi non convenzionali) allora il risultato mi sembra sempre troppo prevedibile e finisco per perdere piacere nel lavorare a un brano.
In questo remix ho fatto passare il master del brano dentro una catena un po’ pazza di effetti, registrando il risultato e poi rieditandolo. A quel punto ho iniziato a “ridurre”, asciugando il materiale fino all’osso, e ne ho estratto quei glitch che si sentono nella seconda parte del pezzo.
Non è stata una scelta puramente estetica: mi serviva a rendere il secondo drop più ritmico e più groovy rispetto al primo.
Per Gualeni, affidare i propri brani ad altri è stato un atto di fiducia radicale. "L'idea era esplorare territori diversi, toccare aree diverse e raggiungere pubblici diversi" esprimendo in modo molto chiaro e naturale cosa siano per lui i remix: "Non ho mai pensato al remix come a un atto da 'controllare'", chiarisce Matteo. "Dare gli stems dall'inizio significa accettare che il brano smetta di essere così com'è".
“Hotel Infinito” è un lavoro che esplora il concetto di spazio e percezione. Come hai vissuto il processo di vedere il tuo album, nato da una ricerca così personale, essere "detonato" e riletto in chiave dancefloor da artisti come Piezo, Zuli, Sebastien Forrester and Glass?
L'idea di far remixare i brani è nata dal desiderio di condividere il materiale, e con esso parte del mio approccio, con artisti che stimo, dando gli stems fin dall'inizio e lasciando che ognuno ci lavorasse a modo suo.
Dalla scena più club di Piezo, che arriva da un lavoro fisico ed emotivamente esposto come Foreground su Hundebiss, al Faded Chops di ZULI, che mi aveva colpito da Lambda su Subtext, lui è molto fluido tra generi e questo è il suo tratto distintivo, secondo me.
Sono rimasto colpito dalla distanza tra le due interpretazioni, due mondi opposti eppure entrambi a fuoco sul progetto. Sébastien Forrester e Glass hanno invece fatto qualcosa di più vicino a un "rework", anche se il significato di questa parola cambia a seconda di chi lo usa, tenendo più elementi originali, suonandoci sopra e reinterpretando il brano quasi come un musicista in più che si aggiunge alla struttura. Ho una percezione molto diversa dei quattro remix, e li trovo tutti veramente ben riusciti, sono molto grato a tutti loro.
Infatti, la scelta degli artisti per i remix non sembra lasciata al caso: da Zuli, che si muove tra IDM e footwork, a Piezo, con la sua fisicità, fino alla deriva ambient di Glass. Cosa ti ha spinto a selezionare proprio queste voci per reinterpretare il tuo lavoro?
L'idea era esplorare territori diversi, toccare aree diverse e raggiungere pubblici diversi, per far conoscere il progetto un po' più a fondo e a più persone. Dentro Hotel Infinito c'è già una forte “varietà” sonora, dall'ambient di Waiting for Godot all'IDM sperimentale di Encore, fino a qualcosa di più leftfield, bass e groovy come Difficile o Hotel Infinito stesso. Seguire il flusso naturale del disco originale e portarlo nelle sue diverse ramificazioni mi è sembrato un passaggio sensato, capace di generare un output davvero ricco. Non penso sia un caso che Piezo sia stato più incline verso Difficile, o che la scrittura più eastward e diffusa di Glass, quella che attraversa il suo Here?! su Krisis, abbia trovato in Waiting for Godot un terreno naturale.
L'album si ispira al paradosso dell'hotel di Hilbert, una struttura che può sempre fare spazio a nuovi elementi. In un certo senso, questo remix EP sembra l'applicazione perfetta di quel concetto. Quanto è stato importante per te aprire il tuo lavoro a queste nuove letture, quasi come se fossero nuove "stanze" dell'hotel?
È la prima volta che lavoro con così tanti remixer insieme. Anni fa avevo già collaborato con altri artisti come Pessimist su singoli remix, e con Katatonic Silentio, in particolare, ho fatto molto di più... tra non molto uscirà qualcosa di nuovo insieme.
Ma allargare il proprio mondo a chi ha qualcosa di musicalmente diverso da aggiungere è stato molto stimolante. Come sound designer cercavo persone che potessero darmi qualcosa di fresco, in direzioni interessanti. ZULI, come dicevo, da Lambda (Subtext Recordings) che porta nel suo "Faded Chops" la stessa intelligenza irrequieta che muove tra IDM, footwork e jungle senza rispettare confini di genere. Quando l’ho ascoltato per la prima volta ho detto “Whaaaaat?!”.
Piezo, da Ecstatic Nostalgiaper, la serie UFO di Dekmantel e da Foreground su Hundebiss, ha portato secondo me a Difficile una densità club dove Hotel Infinito non era assolutamente riuscito arrivare. Anche qui appena sentito ho pensato “Wow, è di un altro pianeta!”.
Sébastien Forrester, che ha appena pubblicato Coruscate su Dense Truth, l'etichetta di Forest Swords, arriva invece da un mondo percussivo e rituale: ripetizione come credo, ritmo come rituale, ha perfettamente centrato il brano giusto, Hotel Infinito, con un’esplosione di suoni e di energia.
Glass mi ha colpito con il suo progetto transmediale Here?! su Krisis Publishing. In generale anche le collaborazioni attorno a quel progetto mi piacciono, ma qui lavoro di lettura di Waiting for Godot prende sul serio l'attesa sospesa già presente nell'originale, restituendola come atmosfera ancora più presente e densa, rendendola un vero e proprio viaggio.
L'EP è descritto come qualcosa che non traduce l'originale, ma che, come dicevamo prima, lo "detona". Come avete vissuto questo passaggio di consegne e questa tensione creativa tra il rispetto per l'opera originale e la libertà di stravolgerla?
Quando Luca (Piezo, ndr) dice che per lui non c'è stato un ragionamento troppo elaborato, che certi elementi erano già in sintonia con il suo immaginario e la trasformazione è avvenuta in modo spontaneo, per me è esattamente il punto. Non ho mai pensato al remix come a un atto da “controllare”: dare gli stems dall'inizio significa accettare che il brano smetta di essere così com’è.
Sapevo che tutti avrebbero reso il materiale proprio, non rispettandolo nel senso letterale, ma portandolo altrove, come ha fatto Piezo spostando Difficile verso appunto qualcosa di più club, trance, EBM. Se avessi voluto sentire il disco tradotto uguale, non avrei chiesto un remix forse avrei fatto solo delle versioni B.
Il disco originale di Missing Ear è caratterizzato dall'uso della batteria acustica, trasformata poi in paesaggi sonori. Come avete affrontato, nel vostro remix, la materia prima di questi suoni organici per integrarli con le vostre produzioni elettroniche?
Su questo trovo interessante quello che dice Luca sulle atmosfere e le percussioni di Difficile: sono gli elementi che ha scelto di preservare perché già scuri e trainanti di loro, e li ha usati per costruire un arrangiamento più lungo, con continuità e variazione. Da parte mia, la batteria acustica in Hotel Infinito nasce già come materiale ibrido… non è mai stata un suono "puro" ma qualcosa che ho trattato fin dall'inizio come paesaggio, texture, struttura.
Quindi un producer come Piezo, che ricostruisce completamente kick e basso per portarli altrove, crea qualcosa di unico che non noti fa sentire una perdita: sento che il suono sta continuando a fare quello che ha sempre fatto nel disco, cioè trasformarsi.
Avete lavorato sui multitrack o sugli stereo dell'originale? E, in entrambi i casi, come avete conservato la "grana" e l'imperfezione dei field recording di Missing Ear, rendendo però il tutto potente e definito per il club?
Come anticipato ho dato a tutti i remixer gli stems, non lo stereo finale, per me era importante che potessero entrare dentro il materiale e non solo processarlo da fuori. Qui io sento poi tutta l’esperienza di Luca nel creare un sound fresco e potente perfettamente in linea però con l’identità live con cui suono io la batteria live.
Più e più volte ho già suonato sul suo remix e mi sento perfettamente allineato anche al mio drumming, c’è stato un incastro perfetto.
Poi è riuscito, secondo me, a mantenere “grana/idea” affine ad Hotel Infinito, processando il master in una catena, come dice lui, "un po' pazza" di effetti, per poi ri-editare e ridurre il materiale fino a estrarne i glitch della seconda parte… sta facendo esattamente quel tipo di lavoro sulla grana che, anche se diversamente, faccio anche io. Ed è ciò che mi interessava e speravo pensando al suo remix.
