Il nostro Sónar District con DJ Tennis
Dopo aver infiammato il Sonar District con Paramida e Carista per Solid Grooves, DJ Tennis si siede con noi di Mixmag Italia a raccontarsi con la stessa autenticità con cui da anni abita la musica. Tra il fermento del Parc del Fòrum e le uscite più recenti della sua Life and Death, un'intervista che svela l'uomo dietro il mixer: gentile, appassionato, senza tempo.
Lo stage del Parc del Fòrum del Sonar District di Barcellona ancora trema per l'energia appena riversata, le colonne di cemento di quell'area industriale dismessa sudano il ritmo che DJ Tennis, Paramida e Carista hanno saputo scolpire nell'aria per Solid Grooves. Sono le 9 di sera, il party continua dopo il loro B2B2B, che ha letteralmente infiammato dancefloor e animi con un sound tra l'house ipnotica e il groove più divertente, ma in un angolo appartato, lontano dal turbine delle bassline che continuano a scuotere il Parc del Fòrum, c'è un'isola di calma. Incontro lì DJ Tennis che, come contrappunto alla frenesia che lo circonda, trova il tempo per parlare, per raccontarsi e per donare ancora un frammento di sé.
C'è qualcosa di profondamente prezioso in questo: un artista che ha appena scosso le fondamenta di una delle notti più attese del festival, e che invece di rifugiarsi nell'euforia del palco o nell'isolamento del backstage, si siede a conversare con la pazienza di chi sa che la musica non finisce quando i synth tacciono. La gentilezza che emana è quasi palpabile, un'aura che tradisce l'autenticità di un uomo che ha fatto della passione il suo unico, vero carburante.
Le sue radici affondano in un terreno che molti avrebbero dimenticato. Il punk, ci racconta, è stato il suo primo amore, quello che non si scorda mai, quello che plasma il carattere prima ancora che il gusto. Oggi, con la malinconia di chi ha visto tramontare un'era, osserva come quelle band che un tempo riempivano garage e cantine stiano lentamente scomparendo, divorate da un'epoca che esige tutto e subito, che misura il valore in like e condivide frammenti di anima in formato quadrato.
«La scena punk e la scena elettronica condividono la cultura DIY», dice, e in quelle parole risuona l'eco di un credo che lo ha accompagnato dal giorno zero. Si percepisce subito come il punk per lui non sia mai stato solo un genere, ma un approccio alla vita: spontaneo, underground, non tecnico, autentico. È la stessa filosofia che lo ha portato, senza aver mai messo piede in un conservatorio, a diventare uno dei curatori di suoni più raffinati del panorama internazionale.
Gli chiedo se quella strada, fatta di passione più che di formazione accademica, sia stata la sua via naturale. E lui, con quella modestia che non ha nulla di artefatto, annuisce quasi senza accorgersene. È il percorso di chi ha imparato ascoltando, di chi ha costruito la propria identità musicale mattone dopo mattone, vinile dopo vinile.
DJ Tennis nel 2017
Parla del Sónar come di un vecchio amico, un legame che dura da quasi vent'anni. La prima volta che vi mise piede era il 2005, e non aveva ancora i dischi sotto il braccio ma li portava per altri, come tour manager e agente. «Ho avuto una grande connessione per tanti anni col team del Sonar», confessa, e la frase ha il sapore di un'affezione che il tempo non ha scalfito. La prima volta che salì su quel palco fu nel 2013, con la sua label, quella Life and Death che il giorno successivo, sabato 20 giugno, sarà ancora protagonista del festival con un party.
Oggi il festival ha cambiato pelle e lui lo osserva con lo sguardo di chi ha visto tanti anni di evoluzione. «Il Forum potrebbe sembrare uno spazio idealmente difficile», ammette con l'onestà e la consapevolezza di chi di stage ne ha masticati tanti, «però oggi si stava davvero bene, lo stage dove abbiamo suonato è quello al coperto e devo dire si è creata fin da subito un'energia magica, sia a livello di connessione tra noi tre che di connessione con il dancefloor». La modestia di un uomo che non ha bisogno di dichiarare trionfi, ma si limita a riconoscere la bellezza dei momenti, anche nei dettagli.
Con Paramida e Carista era la prima volta che suonavano insieme in quella formazione a "tridente". L'energia era palpabile, ma lui non ne fa un vanto, quasi si stupisse che qualcuno possa trovare straordinario ciò che per lui è semplicemente musica condivisa.
Parliamo di ciò che bolle in pentola, delle novità che stanno per vedere la luce. È appena uscito, il 24 giugno, "Misbehave", il singolo realizzato con Campbell King, un artista che, ci racconta Manfredi (nome all'anagrafe di DJ Tennis), viene da un circuito punk «che poi è anche il mio background. La traccia è un mix di acid, punk e house: l'ho tenuto in testa per un bel po' di tempo prima di portarlo in studio e lavorarlo con lui. Sono davvero felice del risultato e del processo artistico che c'è stato dietro», racconta. In quelle poche parole c'è l'intera essenza della sua ricerca musicale: un continuo attraversamento di confini, un dialogo tra mondi apparentemente lontani che nella sua visione trovano una sintesi armoniosa.
Il disco è un concentrato di energia pura, una di quelle che DJ Tennis definirebbe forse le più ad alta ottanaggio dei suoi ultimi anni. La voce imperiosa di Campbell King si intreccia a percussioni martellanti, a un basso che parla e si dimena, a un campione di cuíca che evoca atmosfere brasiliane, a synth detunati che graffiano l'aria come strisce di luce nell'oscurità di un club. È un brano che sa di processione carnevalesca tanto quanto di dancefloor assolato, nato per quei momenti in cui il tempo sospende il suo corso e l'estate sembra non voler finire mai.
E proprio in questo singolo si specchia un'annata speciale per Life and Death: quindici anni di attività, quindici anni di un ecosistema creativo che Manfredi ha costruito con la pazienza di un architetto e l'intuito di un esploratore. Un percorso che ha saputo tenere insieme melodia e sperimentazione, voci e ritmi, influenze che spaziano dal rock più abrasivo all'elettronica più raffinata. La sua prospettiva, quella che oggi gli permette di curare un roster che include Demi Riquisimo, Jennifer Loveless, Luke Alessi e tanti altri, nasce da una vita spesa sui confini: promoter punk, manager di artisti che vanno dai White Stripes ai Sonic Youth, passando per Björk e LCD Soundsystem. Un bagaglio artistico e culturale che pochi possono vantare, e che lui porta con la leggerezza di chi sa che ogni passo, anche il più laterale, conduce sempre alla stessa direzione.
La conversazione scivola poi su un tema che gli sta a cuore: la scomparsa della carta stampata, il declino di quella profondità che solo un'intervista ben fatta, solo un articolo pensato e scritto, può regalare. «La carta stampata non esiste più», dice, e nella sua voce non c'è rimpianto sterile, ma la lucida consapevolezza di un'evoluzione culturale, sia essa positiva o meno. «La gente adesso non si apre, non affronta problemi, non dichiara le proprie problematiche. Prendiamo in considerazione proprio le band, per esempio. Purtroppo stanno un po' scomparendo perché la scena punk non è più quella che avevamo conosciuto. Adesso è tutto molto social media driven, non si trova più quella passione, quell'approccio spontaneo e underground, non tecnico, e non mirato ai media». Il suo è un pensiero che non si ferma alla superficie, ma vuole scavare nel disagio di un'epoca che ha smarrito il coraggio della vulnerabilità.
Eppure, lungi dall'essere un nostalgico che rifiuta il presente, abbraccia la tecnologia con lo sguardo rivolto al futuro. «La tecnologia bisogna abbracciarla. Se uno diventa critico verso la tecnologia non capisce com'è l'evoluzione, è ovvio che la tecnologia lascia dietro qualcosa, però guadagna qualcos'altro. Quindi sono curioso di vedere dove va.». Una posizione equilibrata, matura, che testimonia la profondità di un pensiero capace di conciliare passato e avvenire senza strappi.
E, a proposito di tecnologia, mi sorge spontanea la domanda sui supporti fisici VS digitali. USB VS vinile. Gli chiedo dei dischi, di quella collezione che nel 2010 contava già 10.000 vinili. Oggi, mi confessa, sono 11.500. Il numero sale lentamente, perché il tempo per andare nei negozi è diventato un lusso che una vita come la sua non gli concede più. «Prima compravo libri, compravo dischi, adesso non ho proprio più il tempo purtroppo». E in questa confessione, quasi banale, si cela il ritratto di un uomo che con consapevolezza ha abbandonato il ruolo di "cacciatore di suoni" per indossare i panni di quello di creatore di atmosfere. Ma il vinile resta lì, testimone muto di una passione che non si è mai spenta, solo trasformata. Ogni disco custodisce un ricordo, un momento e una scelta.
Il tempo dell'intervista volge al termine, lo ringrazio e lo abbraccio, consapevole del regalo che mi ha fatto dedicandomi quei minuti del suo tempo nonostante l'adrenalina post set fosse ancora alta. Quella gentilezza e quella disponibilità sono il riflesso di un'umanità rara, di un artista che ha capito che la sua musica non è solo quella che sceglie durante un set, ma anche il modo in cui la condivide.
DJ Tennis è l'incarnazione di un paradosso bellissimo: un uomo che vive di energia collettiva, ma che sa restare intimamente, profondamente, autenticamente solo con sé stesso. Un ex punk che ha imparato a far ballare il mondo senza mai tradire il proprio credo. Un collezionista di dischi che ha smesso di collezionare per dedicarsi a suonare. Un manager che è diventato artista, ma che non ha mai smesso di essere un appassionato.
E forse è proprio questa la lezione più grande che ci lascia in questa serata catalana: la purezza, nell'arte come nella vita, non è mai una questione di tecnicismi o di curricula, ma di cuore. Di quella passione che non si impara a scuola, ma che si porta dentro sin dal giorno zero, e che nessun social, nessuna tecnologia, nessuna evoluzione potrà mai cancellare.
