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Lady Maru: Radici Underground, Orizzonti Hardcore

  • Sergio Niño
  • 30 October 2026
Lady Maru: Radici Underground, Orizzonti Hardcore

Dagli squat romani e dal circuito DIY dei tour fino all’industrial techno e alla gabba, Lady Maru porta con sé lo spirito collettivo del punk in ogni angolo della propria vita musicale.

Il rapporto di Lady Maru con la musica si è costruito, fin dall’inizio, attraverso la partecipazione. Nella Roma degli anni Novanta questo significava radio indipendenti, concerti underground, squat e tutto quel lavoro che succedeva dietro le quinte. Prima di diventare conosciuta per la capacità di spingere il dancefloor attraverso industrial hard techno, Schranz, acid e hardcore, organizzava concerti e aiutava altri artisti a salire sul palco.

La velocità sarebbe arrivata dopo, è vero, ma l’attitudine, invece, era già tutta lì.

«Penso che Roma fosse davvero viva negli anni Novanta, nonostante quello che alcune persone potrebbero pensare o dire», ricorda. «C’era una forte tradizione legata agli squat underground e alle subculture, oltre a una scena club tradizionale più che dignitosa.»

Muoversi tra questi ambienti le ha dato un’educazione musicale che nessuna singola venue o nessun genere avrebbero potuto offrirle da soli. Ha iniziato a collaborare con una radio di sinistra, parlando di musica underground, e a organizzare concerti indie dopo la scuola. Insieme ai suoi amici lavorava anche come driver, promoter e assistente backstage durante eventi più grandi, entrando così in contatto con performance in tutta la città.

Quell’esposizione costante ha plasmato il suo modo di intendere sia la musica live, sia i DJ set.

La musica era qualcosa che le persone rendevano possibile insieme, attraverso il lavoro pratico tanto quanto attraverso l’espressione artistica. Quando ha iniziato ad andare in tour come chitarrista noise e a suonare in band punk, il suo stesso approccio l’ha portato oltre Roma. Negli Stati Uniti, le band locali aiutavano a organizzare date per i musicisti europei in tour, dando vita a volte a serate sorprendenti e a cachet inaspettatamente buoni. L’intera infrastruttura dipendeva da persone disposte a far succedere davvero le cose.

«Nel post-punk e nella noise music non girano davvero soldi: puoi viaggiare e andare in pari, puoi divertirti e incontrare belle persone, ma non è certo un ambiente in cui fai soldi», racconta. «È tutto molto DIY, senza vere dinamiche di business.»

Il touring le ha anche insegnato come trasmettere energia a un pubblico, una lezione che rimane ancora oggi centrale nel modo di lavorare di Lady Maru.

La sua preferenza andava già verso una musica veloce e fisica, più che verso noise astratta o ambient. Anche sopra un beat techno dritto, oggi riconosce ancora l’influenza di quelle origini, sia nel proprio sound sia nel proprio approccio.

Alla fine degli anni Novanta, però, la musica che attirava la sua attenzione stava diventando sempre più elettronica: la prima electroclash rappresentò per lei uno dei punti d’ingresso, mentre le performance live che combinavano elettronica, voce e sintetizzatori aprivano nuove possibilità. Così ha iniziato a collezionare dischi a Londra, Berlino e ovunque la portassero i tour.


Quando poi, nei primi anni Duemila, alcuni amici lanciarono il party queer underground Phag Off, le chiesero di suonare i closing set, rendendo i suoi primi passi dietro la console quelli di una selector, capace di collegare bootleg e techno underground attraverso lo stesso istinto per l’energia che aveva sviluppato sul palco.

«Suonandoli provavo la stessa bella energia che sentivo durante i live riusciti», racconta infatti.

Quella connessione aiuta a capire perché il successivo passaggio verso BPM più veloci le sia sembrato così naturale.

Prima della pandemia suonava techno digitale intorno ai 145 BPM, all’interno di un ambiente club in cui percepiva una sorta di accordo non scritto che scoraggiava i DJ dallo spingere troppo la velocità nei closing. Dopo, quei confini sono sembrati improvvisamente più aperti e spingersi ancora oltre con i BPM l’ha riportata più vicino a quella risposta fisica che aveva sempre associato al punk.

È anche perfettamente consapevole del fatto che i dancefloor continuano a cambiare e negli spazi berlinesi che frequenta, racconta, l’ago della bilancia è tornato verso una techno più essenziale e groove più lenti, mentre altrove percepisce una crescente voglia di bounce, hard dance e Schranz. La sua risposta è continuare ad ascoltare e selezionare, invece di dare per scontato che una sola direzione possa durare per sempre.

«Continuo a pensare che dipenda tutto da come selezioni», dice. «Le cose si muovono continuamente.»

La produzione, in quest’ottica, le offre un altro modo per rendere quanto più identitario possibile quel movimento.

Non a caso di solito produce musica che vuole anche suonare, inserendo praticamente sempre tra le cinque e le dieci tracce proprie all’interno di un set di due ore. Ma lo studio lascia spazio anche a collaborazioni e a linguaggi che potrebbero non trovare posto in una determinata performance.

Il suo EP per la label italiana TechnoMind nasce da un interesse condiviso per beat duri ma dal carattere underground, in particolare per il lavoro di producer legati al mondo industrial.

«Dal mio punto di vista è qualcosa di raw e genuino», spiega.

La release riflette anche quelle abitudini collaborative sviluppate nelle prime fasi della sua carriera.

Il label owner Remphase ha realizzato un remix più orientato allo Schranz, mentre Michael Katana e Anita Kaye hanno proposto un’interpretazione più acid-industrial della stessa traccia. Enrico Curti si è occupato del mastering e del mix di un brano, mentre Michael ha contribuito anche ad altri mix.

Lady Maru ha testato gran parte del materiale nei propri set prima della pubblicazione, così che il disco potesse prendere forma attraverso un lavoro condiviso e un contatto ripetuto con il dancefloor.

Anche la sua identità visiva si è sviluppata attraverso un processo altrettanto pratico: il velo oggi associato alle sue performance è comparso inizialmente in Brutal Casual, un progetto performativo separato, prima di diventare qualcosa che Lady Maru sentiva di voler indossare anche durante i DJ set.

Descrive la propria estetica come raw, o semplicemente punk, e si sente meno dark rispetto ad alcuni degli artisti industrial che la circondano. Provenendo da un’epoca in cui i DJ erano spesso a malapena riconoscibili dietro il booth, oggi continua ancora a provare un certo disagio nei confronti della crescente enfasi sulla visibilità.

«Forse il velo è un buon compromesso», dice.

Fuori dai club, il sound design per danza e teatro ha portato la sua musica all’interno di contesti in cui il movimento o la narrazione di qualcun altro determinano il ruolo che il suono deve avere. Queste commissioni hanno richiesto adattamento, è vero, però spesso i collaboratori stessi le chiedono di portare comunque qualcosa del proprio sound all’interno della scena. Ricorda, per esempio, di aver suonato riff di chitarra noise completamente selvaggi, circondata da ballerini tecnicamente preparatissimi, così come una produzione surreale e dadaista alla Volksbühne di Berlino dopo la pandemia.

Lavorare con i danzatori le sembra particolarmente naturale in quanto musicista e vorrebbe esplorare, come prossimo passo, cosa potrebbe portare l’hardcore in quel contesto. Ed è anche grazie a due alias più recenti che ha la possibilità di dedicarsi a ulteriori direzioni.

Mind That Ghost la riconnette al sound pre-pandemico attraverso un live setup costruito su otto stem e un controller Akai APC40. Una recente performance durante la sua residency romana le ha dato maggiore fiducia nel progetto.

Hardkore Vestal, invece, la porta verso territori hardcore e gabba ancora più veloci, introducendo una sfida tecnica diversa: riuscire a mantenere in movimento una performance live di un’ora attraverso abbastanza cambi e scene differenti.

Entrambi i progetti richiedono pratica ed entrambi le offrono qualcosa di nuovo con cui confrontarsi.

Come dice lei stessa:

«Penso che il nostro lavoro sia provare cose nuove ed evolverci.»


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