La città dopo il tramonto: riprogettare la vita notturna in Italia
La notte può diventare uno strumento culturale? Sì. Come, ce lo spiegano Valerio Carocci e Federico Codacci Pisanelli, passando da una progettazione urbana, capace di restituire senso, funzione e futuro agli spazi abbandonati delle città.
Sabato 31 gennaio, a Torino, migliaia di persone sono scese in strada per un corteo pacifico di manifestazione contro la chiusura del centro sociale Askatasuna, avvenuta qualche settimana fa. La cronaca ha scelto una parola sola per raccontarlo: violenza. Le immagini hanno fatto il resto, come spesso accade, restringendo lo sguardo fino a far scomparire tutto ciò che stava prima e sotto. Il perché, il contesto, la ragione profonda di quella rabbia sono rimasti fuori campo. La chiusura di Askatasuna, uno degli ultimi spazi di aggregazione e inclusione sociale della città, è diventata una nota a margine. Un dettaglio trascurabile.
Eppure è sempre lì che bisognerebbe guardare. Non al momento in cui il conflitto esplode, ma a quello in cui si prepara. Perché quando una città smette di offrire luoghi in cui incontrarsi, discutere, riconoscersi, la tensione non sparisce, ma si accumula e, inevitabilmente, prima o poi trova un varco.
Da anni in Italia stiamo assistendo allo stesso processo: spazi culturali che chiudono, sale che vengono svuotate, luoghi storici riconvertiti in parcheggi, supermercati, alberghi o residenze di lusso. Ogni volta la giustificazione è economica, tecnica, inevitabile, mutando le nostre città in luoghi privi di anima e cultura.
In molte capitali europee questa domanda ha già trovato una risposta di stampo politico-culturale piuttosto efficace. Ex cinema, fabbriche dismesse, magazzini, spazi industriali e infrastrutture abbandonate sono stati riconosciuti come risorse strategiche e non come scarti urbani. A Parigi, Berlino, Amsterdam, Bruxelles questi luoghi sono stati riattivati attraverso politiche pubbliche che hanno saputo tenere insieme investimento statale, visione amministrativa e progettualità dal basso, dando vita a spazi ibridi capaci di ospitare cultura e socialità, lavoro e produzione artistica. Non enclave alternative né eccezioni tollerate, ma veri e propri presìdi urbani, regolati, sostenuti e pensati come infrastrutture civiche. In Francia, in particolare, lo Stato ha scelto di intervenire direttamente, finanziando e mappando migliaia di questi spazi, riconoscendone il valore economico oltre che simbolico, e restituendo alla città luoghi che altrimenti sarebbero stati assorbiti dalla rendita o lasciati al degrado. Questo tipo di scelta non viene da un innato senso di romanticismo urbano, ma da una consapevolezza molto concreta: senza spazi di incontro e produzione culturale, le città smettono di funzionare come organismi vivi.
È da qui che nasce il dialogo con Valerio Carocci, presidente della Fondazione Piccolo America, che a Roma gestisce il Cinema Troisi, e Federico Codacci-Pisanelli, direttore della comunicazione della Fondazione. Non da una teoria importata dall’estero, né da un’etichetta di moda buona per legittimare un discorso già scritto, ma da un’urgenza molto concreta e profondamente italiana: come si tengono vive le città senza consegnarle alla speculazione o alla repressione? Le esperienze europee entrano nel discorso non come modelli da replicare, ma come esempi di politiche che hanno avuto il coraggio di riconoscere il valore degli spazi abbandonati prima che diventassero terreno di rendita o zone morte. Lì dove altri Paesi hanno scelto di intervenire, investire, regolare e accompagnare, l’Italia ha spesso preferito rinviare, chiudere e lasciare marcire. È dentro questo scarto, più che nel confronto astratto con l’estero, che si inserisce la riflessione di Valerio e Federico: non per chiedere eccezioni, ma per riscrivere le regole che permettono alla cultura di restare una funzione vitale della città, e non un problema da gestire quando diventa troppo visibile.
Carocci prova a spiegare tutto questo con un’immagine semplice, ma per niente ingenua. Dice che finora agli operatori culturali è stata concessa una scacchiera. Un campo di gioco rigido, fatto di regole opache, interpretazioni contraddittorie, mosse obbligate e sanzioni sempre in agguato. Una partita in cui ogni scelta sembra già scritta, e in cui il conflitto tra chi prova a fare cultura e chi dovrebbe amministrarla diventa spesso inevitabile. Non perché manchi la volontà, ma perché il perimetro stesso del gioco è sbagliato.
L’idea è cambiare tavolo. Passare al biliardo. Non per allargare senza criterio gli spazi di manovra, ma al contrario per definirli meglio. Un perimetro chiaro, riconoscibile e condiviso, dentro il quale però sia possibile muoversi con maggiore libertà e responsabilità. È un passaggio tutt’altro che semantico: significa spostare il baricentro dall’eccezione alla regola, dall’irregolarità tollerata a un sistema che riconosce l’esistenza degli spazi culturali come parte integrante della città.
In questo senso, Valerio insiste su un punto che in Italia viene spesso rimosso: l’irregolarità non è quasi mai una scelta ideologica, ma una conseguenza strutturale, che prende forma quando le norme non tengono conto della realtà o sono pensate per un’altra epoca e un altro tipo di città, o quando, semplicemente, non dialogano tra loro. Il risultato è che chi opera nella cultura è costretto a muoversi sul filo, a negoziare continuamente la propria esistenza, vivendo in una precarietà che non è creativa, ma logorante.
Foto: Valerio Carocci. © Stefania Casellato
Il punto di partenza di questa riflessione è evidente soprattutto a Roma, dove decine di sale cinematografiche giacciono abbandonate. Spazi quasi tutti privati, lasciati -più o meno intenzionalmente- a marcire perché il loro valore aumenta proprio nel momento in cui smettono di essere luoghi di cultura. Bloccarne la riconversione, da solo, non basta. Un luogo che non è economicamente sostenibile è un luogo destinato a morire, anche se protetto sulla carta. Ed è qui che Carocci sposta il discorso su un terreno più scomodo: se vogliamo davvero salvare questi spazi, dobbiamo renderli di nuovo desiderabili, capaci di attrarre investimenti, progettualità e visioni di lungo periodo.
Non si tratta di trasformare la cultura in un prodotto, né di piegarla alle logiche del profitto, bensì di riconoscerne una sua nuova forma, quella di infrastruttura urbana. Un meccanismo antropologico che generi valore nel tempo, tenendo insieme comunità, economie, identità e che, proprio per questo, ha bisogno di regole adeguate, non di deroghe occasionali. Finché continueremo a trattarla come un ornamento, un lusso o un problema da gestire quando diventa troppo visibile, continueremo a perdere pezzi di città.
C’è un’intuizione che attraversa tutto il ragionamento di Carocci e Codacci, e che ribalta il modo in cui in Italia siamo abituati a nominare la notte, spogliandola di etichetta di target da intercettare o capitolo di ordine pubblico da presidiare quando “si alza il volume”, facendola diventare un tempo. Un tempo urbano enorme, spesso invisibile, quasi mai progettato con la stessa serietà con cui si progetta il giorno. Ed è piuttosto intuibile che, quando un tempo non viene progettato, viene occupato in modo casuale ed estraneo.
Carocci arriva a questa riflessione partendo da un’osservazione apparentemente banale, che però è la fotografia di un vuoto strutturale. Un cinema, normalmente, vive dalle tre del pomeriggio a mezzanotte, il resto della giornata e soprattutto la fascia notturna più profonda restano sospese. Il problema non è la mancanza di potenziale, ma un’idea di gestione capace di pensare quegli spazi come organismi, non come scatole che si accendono e si spengono. In quel vuoto, dice, c’è un campo d’azione nuovo, un campo di gioco per politiche culturali che non si limitino a conservare l’esistente, ma che sappiano riattivarlo. La notte, in questa visione, diventa il punto in cui smette di contare la distinzione rigida tra funzioni, e inizia un ragionamento più contemporaneo: uno spazio può essere cinema, aula studio, sala concerti, luogo di dibattito, mensa sociale, laboratorio, e sì, anche luogo per far crescere una club culture più consapevole. L’idea non è spostare la cultura nella notte come se fosse un orario di riserva, ma riconoscere che può essere una parte fondamentale della progettazione, proprio perché mette alla prova la città. È nella notte che si misura la qualità di un patto sociale, la capacità di convivenza tra desiderio di espressione e diritto al riposo, tra libertà e responsabilità.
Codacci allarga ulteriormente il quadro: parlare di notte significa parlare di città che esiste ventiquattro ore. Non è solo clubbing, non è solo musica. È economia notturna, diritti di chi lavora quando gli altri dormono, trasporti che non possono spegnersi nel momento in cui la città dovrebbe essere più vulnerabile, servizi che oggi sembrano impensabili solo perché non li abbiamo mai voluti immaginare davvero, come asili notturni per genitori con turni serali. Dentro questa prospettiva, la notte si spoglia delle vesti di parentesi da tollerare, diventando una popolazione con un sistema di bisogni. Ed è qui che il discorso sugli spazi abbandonati torna con forza: se un ex cinema o un ex teatro resta chiuso per dodici ore al giorno, se interi pezzi di città restano spenti, la notte si polarizza altrove, si concentra, si comprime, diventa rumorosa, conflittuale, ingestibile. Se invece si ridisegna la gestione degli spazi, non solo la loro architettura, allora la notte può dilatarsi, diventando quel punto di incontro tra discipline e comunità, economie diverse di cui parlano, e non la solita guerra di posizione tra chi “fa casino” e chi “non vuole nessuno sotto casa”.
Ecco perché guardare alle altre città europee, in questo discorso, non serve a importare un feticcio, ma a ricordare che esistono alternative praticabili e che la differenza non sta nella natura delle persone, ma nelle scelte politiche: se la notte viene trattata come parte della vita urbana, allora si progetta. Se viene trattata come un disturbo, si reprime.
Foto: Federico Codacci-Pisanelli. © Ruben Quaranta
L’idea, per Carocci e Codacci, non è parlare soltanto a chi già opera dentro questi spazi, né limitarsi a un confronto tra addetti ai lavori. Al contrario, il tentativo è portare all’attenzione di tutti (istituzioni, operatori culturali, fruitori della notte) un cambio di prospettiva che riguarda il modo stesso in cui pensiamo la città quando cala il buio.
Per farlo, la presentazione del progetto viene articolata attorno a quattro assi fondamentali, che si pongono di essere interventi concreti.
Il primo è la creazione di una task force pubblica di consulenza per gli spazi culturali. Oggi chi vuole riaprire un luogo abbandonato si scontra con un labirinto burocratico che spesso scoraggia prima ancora di iniziare. Il funzionario pubblico senza l'adeguata formazione, per come è strutturato il sistema, può limitarsi a ricevere una domanda, non ad accompagnare un percorso. Eppure è proprio lì che si gioca la differenza tra una città che facilita e una che respinge. Cambiare questa dinamica può rendere il tutto molto più fluido, sia per il privato cittadino che per l'ente locale.
Il secondo pilastro riguarda il nodo più esplosivo della vita notturna: l’impatto acustico. In Italia il limite dei decibel è spesso irrealistico, raramente rispettato, e costantemente fonte di conflitto con il tessuto residenziale. In altri paesi il limite è più alto, ma viene rispettato. Non per magia, ma per politiche pubbliche intelligenti: investimenti per l’insonorizzazione, sistemi di monitoraggio trasparenti, aumento controllato dei decibel e degli orari. Un patto sociale che mirerebbe a escludere la solita guerra tra parti.
Il terzo pilastro è l’istituzione di consigli della notte locali o figure di governance dedicate. Non sceriffi, non controllori, ma luoghi di mediazione tra amministrazioni, operatori culturali, residenti e lavoratori.
Il quarto punto riguarda un passaggio più profondo e delicato, che individua il modo in cui continuiamo a nominare ciò che accade di notte. Le parole non sono mai neutre, e definire il clubbing come “intrattenimento notturno” non è una semplificazione innocua, condensando decenni di stigma e sospetto dentro questa definizione.
L’idea che ciò che accade nei club sia un’attività accessoria effimera, priva di valore culturale autonomo, buona al massimo per generare flussi di consumo e problemi di ordine pubblico riempie l'immaginario comune togliendo il focus dal concetto di comunità e di cultura che si celano all'interno. È forse primariamente da qui che discendono norme punitive, controlli sproporzionati e approcci amministrativi incapaci di distinguere.
La filosofia dietro questo quarto asse vuole essere un intervento per far riconoscere la club culture come espressione culturale, che non significa nobilitare tutto indistintamente, né cancellare le differenze tra spazi e pratiche ma, al contrario, significa iniziare a dotarsi di strumenti più precisi per leggere ciò che accade. Programmazione artistica, progettualità, continuità curatoriale, relazione con una comunità di riferimento: sono questi gli elementi che permettono di distinguere un luogo che produce cultura da uno che si limita a vendere intrattenimento. È una distinzione scomoda, perché richiede responsabilità da entrambe le parti, ma è l’unica che consente di uscire dalla generalizzazione che da anni schiaccia tutto ciò che vive di notte dentro la stessa categoria indistinta.
L’Italia, del resto, non parte da zero. Contrariamente alla narrazione che ce la restituisce come un paese refrattario alla cultura danzante, ha avuto una storia notturna ricchissima, diffusa e trasversale. Dalle grandi discoteche degli anni Settanta e Ottanta ai club che hanno costruito scene, identità ed estetiche, fino alle esperienze più radicali nate ai margini. Quello che è mancato, semmai, è stato un riconoscimento giuridico, strutturale e culturale. A un certo punto, tra gli anni Novanta e Duemila, tutto è stato ricondotto sotto l’etichetta dell’intrattenimento, e con essa consegnato a una zona grigia in cui la cultura perde statuto e la regolamentazione diventa cieca. Non perché quelle pratiche fossero improvvisamente cambiate, ma perché è cambiato lo sguardo che le osservava.
Da qui nasce anche la confusione, spesso dovuta a lacune comunicative, tra clubbing come pratica culturale e discoteca come puro dispositivo commerciale, dimenticandosi che non tutto produce lo stesso tipo di valore. La club culture, quando esiste davvero, non è mai solo consumo: è formazione informale che passa da un'educazione all’ascolto, costruendo codici condivisi volti a un senso di appartenenza che crea comunità. È uno spazio in cui le persone imparano a stare insieme, a muoversi, a rispettare tempi e corpi altrui. È un processo endogeno, che funziona proprio perché non viene imposto dall’alto, ma cresce dentro una collettività.
In questa prospettiva il tema degli spazi torna ancora una volta centrale. La questione non è aprire più club, né trasformare i cinema in discoteche. Al contrario. L’idea è che i club siano una parte minoritaria di spazi più ampi, ibridi, capaci di restituire vita a luoghi storici oggi abbandonati. Spazi che non siano ritagli eroici strappati alla città, ma porzioni riconosciute di tessuto urbano, in cui la cultura notturna possa convivere con altre funzioni senza divorare tutto il resto. È in questi luoghi che la club culture può smettere di essere percepita come un corpo estraneo e tornare a essere ciò che è sempre stata nei suoi momenti migliori: un linguaggio della città, non una sua anomalia.
Difendere questi spazi significa fare una scelta di futuro. Per chi vive le città, per chi ci lavora, per chi le attraversa. Una città che spegne la sua notte, che svuota i suoi luoghi di aggregazione e poi si sorprende quando il conflitto esplode in strada, sta semplicemente evitando la domanda sbagliata. Non è se la notte sia un problema. È che tipo di cultura decidiamo di riconoscere quando il sole tramonta, e che tipo di città siamo disposti a costruire attorno a quella scelta.
