Raver Funk: il tempo segreto di Evod
Quasi tremila dischi rimasti in silenzio per vent’anni, una mansarda, un giradischi portato fuori giri. Il nuovo progetto parallelo di Alessandro Russo, conosciuto come Evod, nasce da un gesto apparentemente minimo: rallentare la musica per ascoltare ciò che, fino a quel momento, era rimasto nascosto.
Alcune stanze sono parte di noi anche se pensiamo di averle abbandonate. Possiamo chiudere la porta, cambiare casa, accumulare anni, chilometri e versioni differenti di noi stessi. Possiamo costruire studi, fondare etichette, attraversare club, lavorare fino a quando un’intuizione diventa un mestiere e poi una forma di vita. Eppure alcune stanze continuano ad aspettarci, silenziose, con la pazienza degli oggetti che non conoscono il tempo.
Per Alessandro Russo, nome all'anagrafe di Evod quella stanza è una mansarda nella casa dei suoi genitori. È lì che, per quasi vent’anni, ha riposato una parte della sua identità musicale: quasi tremila dischi, ordinati e custoditi con una precisione che aveva qualcosa di rituale. Non erano semplicemente vinili acquistati nel corso del tempo, ma il suo spazio protetto, forse persino una parte di sé, che Alessandro non aveva ancora deciso come mostrare.
«Erano dischi che acquistavo e amavo visceralmente, ma che non avevo mai suonato davanti a una pista», racconta. «Rappresentavano la mia identità segreta, protetta dal rumore del mondo».
Il punto più intimo della storia di Raver Funk si trova già qui, dentro questa confessione. Non nell’annuncio di un nuovo progetto, non nella costruzione di un’estetica, nemmeno nel procedimento tecnico che ne avrebbe definito il suono. Si trova nell’esistenza di una musica amata senza la necessità immediata di condividerla.
In un ambiente che misura spesso il valore delle cose attraverso la loro esposizione, Alessandro aveva conservato quei dischi lontano dallo sguardo degli altri. Li aveva scelti, desiderati, ascoltati, ordinati. Ma non li aveva trasformati in uno strumento pubblico. Erano rimasti dalla parte dell’ombra.
Circa due anni fa Alessandro è tornato in quella mansarda per completare la catalogazione degli ultimi vinili e portarli con sé. In apparenza, si trattava di un’operazione ordinaria: riordinare, archiviare, chiudere finalmente un lavoro rimasto incompiuto. In realtà, stava tornando nel luogo in cui si era formato il suo primo modo di ascoltare. Ogni disco recuperato conteneva un tempo preciso, un desiderio, una versione precedente del suo gusto. Catalogare significava inevitabilmente attraversare la propria storia.
Ale si era avvicinato alla musica molto giovane, ascoltando la techno statunitense e sviluppando negli anni un linguaggio segnato dalla profondità, dalla ricerca e da una particolare attenzione alla materia sonora. Nel 2014 quella ricerca avrebbe assunto definitivamente il nome di Evod. L’anno successivo sarebbe nata Evod Music, l’etichetta fondata con Oisel e costruita intorno a un’idea di essenzialità, purezza ed efficacia del suono. Nel dicembre del 2016 sarebbe arrivato il debutto al Tresor di Berlino, seguito, nel 2018, dalla condivisione della consolle con Jeff Mills.
Ma prima delle etichette, dei club e delle uscite discografiche, c’era stato l’ascolto solitario.
In quella mansarda, lontano dalla pressione di dover preparare un set o immaginare la reazione di una pista, Alessandro ha cominciato a riprodurre quei dischi ritrovati in maniera diversa. Per ascoltarli più lentamente, quasi distrattamente, ha abbassato il pitch dei giradischi, prima oltre il limite abituale del meno tre o del meno otto, poi fino in fondo. In alcuni casi ha cambiato direttamente la velocità, facendo girare a 33 giri dischi concepiti per suonare a 45. Un gesto semplice, o che dai più verrebbe definito un errore.
È spesso così che accadono le trasformazioni più autentiche. Non quando ci si siede davanti a un foglio bianco con l’intenzione di inventare qualcosa, ma quando una deviazione involontaria apre un passaggio che fino a quel momento non avevamo visto. Rallentando, quei dischi hanno cominciato a parlare un’altra lingua.
«Da quel momento ho capito che dovevo spingermi oltre», ricorda. «Ho iniziato ad acquistare anche nuove release, guidato da un’intuizione: prendere quella muraglia di dischi rimasti per anni un mio tesoro privato e rallentarla, portandola fuori giri per rivelarne il lato più oscuro e ipnotico».
Il downpitching, per Alessandro, non è un espediente utile a rendere più originali dei brani già esistenti, non è neanche un vezzo tecnico, né un modo per mascherare una selezione. È un’azione che modifica profondamente il comportamento della musica, che «cambia lo spazio molecolare della traccia».
L’espressione è precisa perché diminuire la velocità non significa semplicemente allungare i suoni, ma piuttosto alterare la distanza che esiste fra un elemento e l’altro. Un charleston smette di essere una lama impazzita e diventa una presenza intermittente. Una cassa perde parte della propria fretta e acquista peso. Un sintetizzatore acido, invece di correre verso il colpo successivo, rimane sospeso abbastanza a lungo da mostrare tutte le proprie increspature.
L’electro prodotta tra i 138 e i 145 BPM, rallentata fino a raggiungere territori compresi tra i 122 e i 128, cambia struttura emotiva e così ciò che appariva nervoso diventa più espansivo e la feneticità diventa fisica. I groove robotici si aprono, lasciando affiorare un funk sepolto sotto la velocità.
«Quei giri al minuto in meno trasformano l’electro frenetica in una marcia pesante, funk e quasi industriale».
Dentro Raver Funk convivono così due movimenti apparentemente opposti. Da una parte c’è la macchina con la sua precisione, le drum machine taglienti, le sequenze sintetiche, i bassi acidi e l’immaginario cibernetico della Detroit electro. Dall’altra c’è il corpo umano, costretto a confrontarsi con un ritmo più lento, vischioso, meno accomodante.
Il suono perde velocità ma non energia, anzi, al contrario, sembra accumularla. Ogni colpo rimane nell’aria qualche frazione di secondo in più, esercitando una pressione differente sul dancefloor, che lo invita a restare e respirare quelle frequenze in modo nuovo, forse più consapevole.
Sarebbe facile leggere Raver Funk come una rottura con il passato di Alessandro, ma inevitabilmente sarebbe sbagliato.
Evod non è un’identità da superare, è il nome attraverso cui Ale ha definito una parte fondamentale della propria ricerca, fondando una label che dal 2015 pubblica musica techno in digitale e su vinile, costruendo un catalogo progressivamente più ampio e articolato. Raver Funk attraversa quel percorso da un’altra angolazione.
«È il mio nuovo progetto parallelo, un’estensione della mia visione artisticamente indipendente», spiega. «Continuerò a portare avanti entrambi i percorsi con la stessa identica dedizione, nutrendo da un lato la techno e la ricerca di Evod Music, e dall’altro questa nuova mutazione genetica dell’electro».
Mutazione genetica è probabilmente la definizione più corretta. Raver Funk conserva il rigore di Evod, la cura per la selezione e la necessità di lavorare sul suono come materia, ma introduce qualcosa di più istintivo, sporco e obliquo. È una figura laterale, meno interessata alla costruzione di una narrazione lineare. Una creatura che vive di dischi spostati dal proprio asse originale, di errori trasformati in metodo, di brani sottratti alla velocità per essere restituiti alla gravità.
Se Evod ha rappresentato per Alessandro un modo di dare ordine alla ricerca, Raver Funk nasce dal desiderio di rimettere in circolo ciò che quell’ordine aveva lasciato ai margini, forse perché, prima di ora, non ancora pronto per essere condiviso.
La storia di Alessandro Russo è sempre stata profondamente legata al luogo da cui proviene. Nel 2019, con Terra di Nessuno, aveva infatti già provato a raccontare attraverso il suono la zona in cui era nato e cresciuto, un territorio soprannominato sin dagli anni Sessanta “la Berlino del Sud”. Il disco univa techno, jazz, house e ambient, mettendo in comunicazione strumenti acustici e macchine elettroniche. Era il ritratto di un’area quieta e marginale, apparentemente lontana dai grandi centri della cultura club, ma attraversata da una capacità sotterranea di immaginare.
Quel legame con il territorio non è mai diventato nostalgia: Alessandro non ha idealizzato la provincia e non ne ha ignorato le difficoltà. Ha piuttosto cercato di trasformarla in un punto di osservazione.
Lo dimostra South Berlin, il progetto che ha fondato a Tufara Valle, nel Beneventano: non soltanto uno studio di registrazione, ma un ecosistema culturale che riunisce produzione, mix, mastering, vinili, sale prova, serigrafia e attività formative. Un luogo costruito per permettere alle idee di assumere una forma concreta senza dover necessariamente migrare verso le capitali della musica elettronica.
Anche Raver Funk nasce lontano dai luoghi in cui i linguaggi vengono ufficialmente consacrati. Nasce in una mansarda, durante un lavoro di catalogazione. Nasce dal recupero di oggetti rimasti fermi. Nasce dalla provincia e dal silenzio. Forse è proprio questa distanza ad aver permesso ad Alessandro di ascoltare quei dischi senza sottoporli alle aspettative della scena. Mentre il clubbing contemporaneo accelera, rincorrendo nuovi standard di intensità e trasformando la velocità in uno dei propri codici più riconoscibili, lui decide di compiere il movimento contrario togliendo giri.
Dopo quell’intuizione iniziale, Alessandro ha trascorso un anno a studiare provando accostamenti, ascoltato le variazioni di tono, cercato il punto esatto in cui due tracce rallentate potessero incontrarsi senza perdere la propria tensione. Ha lavorato sulle transizioni per mantenere intatta l’energia metallica dei brani, evitando che la diminuzione della velocità li rendesse più deboli o decorativi.
«Non cerco solo di suonare meno veloce», precisa. «Voglio costringere il dancefloor a muoversi a un ritmo diverso, a respirare più lentamente, a subire la pressione di ogni singolo colpo».
In questo modo la pista viene sottoposta a una forma differente di intensità: Raver Funk non vuole alleggerire il movimento, ma renderlo più consapevole. Quando rallenta la musica non ha più protezione. Ogni elemento rimane scoperto: la grana del suono, l’irregolarità del groove, l’aggressività di una frequenza, il vuoto tra due colpi.
Il riferimento al chopped and screwed non riguarda soltanto un’affinità tecnica. Come nelle manipolazioni nate nel Sud degli Stati Uniti, il rallentamento altera la percezione del tempo e trasforma la familiarità in qualcosa di perturbante. In Raver Funk, però, quel procedimento incontra l’anima robotica di Detroit, la freddezza dell’electro e le tensioni della musica industriale.
«Il nome Raver Funk è una dedica a un mio caro amico, un vero raver che ha girato il mondo per quasi vent'anni. Oggi sta riscoprendo e apprezzando l'evoluzione della scena clubbing, vedo il suo percorso specchiarsi perfettamente nella transizione sonora di questo mio nuovo capitolo».
Raver Funk si evolverà presto in una label e la prima uscita è prevista per dicembre 2026. Ogni pubblicazione sarà stampata su vinile bianco da dieci pollici e conterrà soltanto due tracce, una per lato. Poche coordinate, definite con precisione, nessun bisogno di riempire lo spazio. Ogni disco dovrà contenere abbastanza musica da dichiarare un’intenzione, ma non così tanta da diluirla.
L'anima di Raver Funk, in fin dei conti, sembra raccontare il momento in cui un artista smette di considerare il proprio passato come qualcosa di concluso e comincia a trattarlo come una materia ancora disponibile. Parla dei dischi che acquistiamo senza sapere quando riusciremo a comprenderli e dei luoghi familiari nei quali torniamo convinti di dover recuperare degli oggetti e finiamo invece per recuperare una parte di noi stessi. Parla di un'ombra che non necessariamente rappresenta la parte buia di qualcosa, manifestandosi come prova che quel qualcosa ha un corpo, occupa uno spazio e, inevitabilmente incontra la luce. E forse per farlo deve soltanto girare più lentamente.
