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Side B, l’atro lato del dancefloor: narcisismo e crisi del clubbing

Da eredità della controcultura a specchio della società terapeutica, il clubbing contemporaneo celebra l'ultima paradossale vittoria di Narciso: un'esperienza che promette evasione collettiva ma consegna solitudini che si incrociano senza incontrarsi.

  • Mario Bandini
  • 18 March 2026
Side B, l’atro lato del dancefloor: narcisismo e crisi del clubbing

Nel 1979 Cristopher Lasch dava alle stampe “La cultura del narcisismo” un libro manifesto di una intera generazione ansiosa di fare i conti con il decennio appena trascorso.
Si può dire che l’opera segni in qualche modo una cesura netta, una linea di confine, nonchè una stroncatura delle speranze e dei propositi di un’epoca che all’americano medio aveva promesso tanto.

Parlo ovviamente del ’68, del movimento hippies, delle proteste contro la guerra in Vietnam, della psichedelica e di tutta la contro-cultura new age ad esse collegata.
In un certo senso, potremmo tracciare un fil-rouge che da quella stagione ormai lontana, giunge fino a noi, rappresentanti di un’altra contro-cultura, quella clubbing, che passa dalla seconda summer of love, dalla nascita del movimento rave, dai primi club berlinesi e dall’esplosione di Ibiza.

Ma cosa in verità unisce le nostre notti in brave in qualche scantinato abbandonato con le proteste di San Fransisco o i moti parigini?
Credo siamo tutti d’accordo che il collegamento esista, che sia in qualche modo evidente di per sé, ma allo stesso tempo che sia difficile scovarne l’essenza.
Penso che la risposta sia da ricercare nel narcisismo esasperato, eretto come unico orizzonte limitativo del proprio io. In realtà, potremmo vedere tutta questa grande storia culturale in senso hegeliano come una manifestazione fenomenica della medesima idea. A leggere “La cultura del narcisismo” sembra che dal 1979 ad oggi pochissime cose siano cambiate ed anzi si ha la sensazione che i temi del libro oggi abbiano raggiunto una piena realizzazione, che siano in qualche modo giunti a compimento.

La tesi centrale di Lasch è che l’uomo americano (e per estensione potremmo dire l’uomo occidentale) sì è sostanzialmente arreso alla perdita di senso storico e alla conseguente assunzione di responsabilità che esso comporta, adagiandosi in un “eterno presente” il cui unico orizzonte di responsabilità personale è la cura del proprio benessere momentaneo. In questo scenario, il narcisista non è colui che si ama troppo, ma colui che - terrorizzato dall'incertezza del futuro e dall'irrilevanza del passato - cerca disperatamente conferme nel riflesso degli altri per sentirsi vivo.

Lasch parlava di una "personalità terapeutica" che rifugge l'impegno collettivo per rifugiarsi in una auto-gratificazione istantanea. Come nota Lasch, la sinistra post-sessantottina, scoraggiata dall'impossibilità di abbattere il sistema, ha ripiegato sulla «politica della soggettività». La rivoluzione non era più cambiare lo Stato, ma "cambiare la propria testa”.

È qui che si inserisce la parabola che giunge al clubbing. Se la contro- cultura degli anni '70 ha iniziato a glorificare l'esplorazione della coscienza e il benessere psichico, ha di fatto aperto la strada a quella che Lasch definisce l'invasione della società da parte della psichiatria e della terapia.

Il clubbing è diventato l'erede estetico di questa traiettoria: un luogo dove la promessa di libertà si è ridotta alla libertà di "sentirsi bene", di esperire un sollievo momentaneo dalle pressioni della vita alienata. Il passaggio dalla seconda summer of love del 1988 all'esplosione di Ibiza segna il compimento di questo processo. Se il rave originale conservava ancora una scintilla di antagonismo spaziale (l'occupazione degli scantinati, la sfida alle leggi), col tempo quella spinta è stata assorbita dal mercato del narcisismo. Il "senso di comunità" del clubbing si è spesso rivelato una forma di «comunitarismo estetico»: una massa di individui che stanno insieme non per costruire una storia comune, ma per godere contemporaneamente di una gratificazione privata. Il clubbing attuale è diventato l'arena suprema di un narcisismo esasperato, ma attenzione: non lo è solo attraverso l'esibizionismo dei social, ma anche attraverso il suo opposto, ovvero la ricerca di quell'alienazione estatica e quel "loss of self" che ha caratterizzato i primi rave.

Anche la perdita dell'Io è stata, in molti casi, una declinazione della società terapeutica. Una fuga nel privato della propria percezione sensoriale per non affrontare il peso del reale. Oggi, questa dinamica è giunta al parossismo. Da un lato abbiamo la performance individuale mediata dallo smartphone: non balliamo più per connetterci, ma per documentare la nostra presenza in un "qui e ora" che, paradossalmente, non viviamo mai davvero. L'esperienza estetica è diventata ancillare a quella del personal branding. Dall'altro, abbiamo un consumo della musica come mero palliativo psicologico. Pertanto, la crisi profonda che oggi attraversa il clubing non è solo economica o legislativa, ma una crisi da "stanchezza del narcisismo". Le nuove generazioni stanno iniziando a sentire il peso insostenibile di questo eterno presente senza memoria e di una libertà che, privata di uno scopo collettivo, diventa una prigione. La saturazione dell'Io, sia nella sua forma esibizionista che in quella regressiva, ha generato un vuoto pneumatico.

Da promoter e membro di un collettivo underground italiano, mi sento di poter dire che prima ancora di cambiamenti legislativi (che pure non guasterebbero) il movimento clubing autentico in Italia dovrebbe avere il coraggio di modificare radicalmente la propria visione di sé stesso e del proprio posto nella storia della cultura.

C'è una necessità urgente, quasi biologica, di recuperare un senso storico. Non si tratta di tornare a "perdersi" nel buio, ma di trovarsi in una dimensione che sia finalmente politica. Se il clubbing vuole sopravvivere a questa fase di stasi, deve avere il coraggio di uccidere Narciso e le sue consolazioni terapeutiche. Non abbiamo bisogno di un altro spazio dove dimenticare chi siamo, ma di un luogo dove rivendicare chi siamo in rapporto alla storia. Dobbiamo uscire dall'orizzonte del benessere momentaneo per rientrare in quello del significato comunitario. Il club deve smettere di essere uno specchio o una via di fuga e tornare a essere un varco: un atto di resistenza consapevole dove la musica non celebra l'individuo, ma fonda una nuova fase di rivendicazione storica e identità collettiva.

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