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UN PUBBLICO MERAVIGLIOSO In dialogo con l’autore Andrea Lai

  • Alessandra Sola
  • 3 June 2026
UN PUBBLICO MERAVIGLIOSO  In dialogo con l’autore Andrea Lai

C’è un filo rosso che lega i giradischi puntati come antenne, i centri sociali diventati laboratori di futuro, e una frase «Un pubblico meraviglioso» sussurrata alla fine di ogni set come un ringraziamento e un manifesto. Quel filo ha preso forma in Agatha, la storica serata che dal 1998 al 2006 ha trasformato il centro sociale Brancaleone di Roma in un avamposto della club culture italiana. A tirarlo c'erano Andrea Lai e il compianto Riccardo Petitti, due suononauti capaci di innestare la ricerca sonora più avanzata sul terreno vivo della cultura di strada, in un gioco sottile tra rigore e cazzeggio creativo.

Oggi quella storia, raccontata da Andrea Lai, è diventata un libro: “Un pubblico meraviglioso. DJ, centri sociali e club culture” (1996-2006) (Milieu, 2026). Un testo metà saggio di street culture e metà romanzo biografico di formazione, che riporta in circolo un patrimonio di esperienze estetiche e politiche spesso dimenticate. In un presente dove la notte viene omologata, sponsorizzata o svuotata di senso, rileggere quella stagione è un atto di resistenza culturale.
Ne ho parlato con Andrea, tra Roma e Milano, tra il Brancaleone e il Leoncavallo, cercando di capire cosa resta, e cosa può ancora esplodere, di quella meraviglia.

Partiamo da un tema attualissimo oggi, ma a quanto pare già attuale quasi una trentina di anni fa… i “terzi luoghi”. Su Mixmag ne abbiamo parlato tanto, ecco perché il tuo libro ci ha subito incuriositi. Da dove nasce l’esigenza di creare Agatha, un format decisamente innovativo per l’epoca, in uno spazio che si distinguesse dai club e da qualsiasi altro genere di party?

Ci sono due fasi di nascita di Agatha. La prima è pratica, quasi accidentale. Agatha nasce da Radio Città Futura, una radio di movimento del network di Radio Popolare che in quegli anni assomigliava molto a una pirate radio londinese, pochi soldi, molto passione. Organizzare una serata in un club è sembrato il modo più diretto per portare quel suono nella città in forma fisica e raccogliere qualcosa per pagare le bollette.

La seconda nascita è una presa di coscienza, una determinazione artistica. Volevamo fare ricerca su ritmi e suoni, andare a caccia di futuro e di sub frequenze, e per farlo serviva uno spazio che non fosse solo un contenitore ma parte del senso della serata. Non un club commerciale, non un centro sociale militante nel senso novecentesco del termine, qualcosa nel mezzo. Un luogo dove il suono potesse essere il principale atto politico e culturale della notte. Non avevamo una teoria, avevamo bisogno di uno spazio che non ci chiedesse di scegliere tra il rigore e il piacere, tra la cultura e il ballo, tra l'impegno e la leggerezza. Agatha nasce da quella impossibilità di scelta. Riccardo Petitti veniva da anni di club ufficiali dei quali si era stufato. Io sentivo che i suoni che mi avevano rapito, jungle, acid jazz, trip hop, leftfield non avevano niente a che fare con quello che esisteva fino ad allora. I rave inglesi erano stati appena messi fuori legge dal governo britannico, quelli europei erano al tramonto, ridotti a droghifici dove si suonava musica per bianchi. I club ufficiali ci sembravano un modello vecchio che andava innestato di cultura street e di bassi che avevano bisogno di impianti costruiti apposta. Sui magazine e sulle radio pirata si parlava di una cultura nuova, di un club diverso. Quando Agatha è arrivata al Centro Sociale Brancaleone tutto si è allineato, il suono, le persone, i dischi, Roma. I nuovi suoni della serata amplificati dall’impianto del Branca e dalla sua postura diversa dagli altri centri sociali, aperta a sperimentare forme nuove di festa, hanno innescato una reazione chimica che stava per contagiare tutto.

Nel libro parli di “suononauti”, un ibrido tra la figura professionale e artistica del DJ e il cultore consapevole del cazzeggio creativo. Come si traduce questa figura mitologica nella pratica quotidiana di chi organizza e suona nei centri sociali? In che modo il cazzeggio creativo diventa uno strumento per produrre avanguardia?"

Eravamo serissimi in consolle. Il divertimento o, quantomeno, il piacere, quell'elemento in qualche modo erotico, credo sia parte costitutiva dell'atto creativo. Curare una festa in tutti i suoi dettagli in modo che sia unica e aggiornata e suonare la musica che si è cercato, inseguito e immaginato, non è mai stato separabile, per noi, da una dose di divertimento.

Il cazzeggio creativo non è il contrario del rigore, è il tenere a mente che non siamo così importanti. Per chi, come noi è nato a Roma, è la città stessa che te lo insegna e te lo ricorda a ogni angolo, a ogni sampietrino, ogni capitello, ogni palazzo rinascimentale. Il suononauta mi piaceva come immagine perché lavora sul bordo tra la serietà dell'ascolto e il piacere del gioco. Il suononauta mi piaceva come immagine proprio perché lavora sul bordo tra la serietà dell'ascolto e il piacere del gioco e supera il confine netto tra chi organizza, chi suona e chi balla. Al Brancaleone, al Leoncavallo e in tanti altri posti piccoli e grandi legali e illegali in quei primi anni, l'idea veniva prima dell'economia. L'elemento erotico di cui parlo ha a che fare con il desiderio come motore, il desiderio del suono stesso. La voglia di scoprire un suono e scoprirsi a ballarlo e poi farlo sentire agli altri e vederli rispondere. Il corpo che balla è un misuratore infallibile. Avevamo un pubblico esigente proprio perché era mosso dallo stesso nostro desiderio, era lì perché aveva scelto. Questa qualità dell'attenzione trasformava ogni serata in un esperimento difficilissimo, fatto insieme. I DJ fanno ballare le persone, senza prendersi troppo sul serio, ma con un'idea precisa di suono e stile. Il cazzeggio è tipo la valvola che regola la pressione fra sperimentazione, pubblico e successo.

Parlaci di come il contro-clubbing diventa per voi un atto politico, una risposta culturale a qualcosa che secondo i vostri vissuti dell’epoca mancava in quel preciso momento storico e - se ti va - raccontaci la tua visione sull’attuale scena in Italia (di clubbing e contro clubbing).

L'idea del contro-clubbing mi è venuta scrivendo un articolo per il Manifesto qualche mese fa, raccontando una nuova generazione di DJ e organizzatori che cerca di diffondere un modo diverso di fare clubbing, non guidato dal profitto, ma dalla voglia di stare bene insieme. La definizione non esisteva mentre Riccardo e io portavamo avanti Agatha, esisteva la pratica. Politica è qualsiasi azione generata da una visione dello stare insieme, della vita condivisa. Un atto politico è l’attuazione di una scelta, la trasformazione di un’idea in pratica che produce una diversa forma di realtà. Ad Agatha la visione politica e culturale passava dalla pista, dal prezzo equo alla porta, dal suono curatissimo e rispettoso della musica, dai corpi, dalle economie possibili, dal rifiuto di trasformare la notte in una macchina del soldi. Era politica perché nutriva una comunità diversa da quella disponibile fuori, distante dai locali con le cubiste ma alternativa anche dai free party che si reggevano sulla droga. La nuova generazione che vedo sa che gli spazi vanno conquistati e si difesi, che il clubbing può essere un atto di resistenza culturale prima ancora che un format.

Nel libro parli di come nell’ottobre del 2001, dopo l’attentato di New York, gli USA e la NATO attaccarono i talebani. Come forma di protesta organizzate un evento in contemporanea tra il Branca e il Leoncavallo di Milano per ballare contro la guerra. È un esempio perfetto di come l’auto‑organizzazione e la rete di centri sociali potessero generare un evento politico senza bisogno di comizi. Mi piacerebbe sentire il racconto di quella notte e di come lo streaming, tecnicamente incerto, divenne comunque un gesto pubblico, cosa che oggi sembra venire sempre più repressa…

Ero rimasto bloccato a New York l'11 settembre. Ero lì per la Red Bull Music Academy, saltata ovviamente a causa dell'attentato. Nei nove giorni che ho aspettato che gli aerei tornassero a volare, Bush aveva già dichiarato la Guerra al Terrore. Sentirgli ripetere Global War on Terror a reti unificate sulle TV americane, sapendo che Blair era con lui, rendeva tutto assurdo. Assurdo svegliarsi la mattina a Manhattan con le Torri in fiamme, e assurda una guerra contro il terrore che produce a sua volta terrore. Appena tornato a Roma, con Flipper del Leoncavallo volevamo fare qualcosa, un'azione politica nel senso che dicevo prima: una pratica che proponesse un'altra idea di realtà. Volevamo che le migliaia di persone che ballavano ad Agatha e al Leoncavallo sapessero che non c'erano solo le TV a spacciare un'unica verità, che si poteva pensare qualcosa di diverso e che la musica poteva comunicare sentimenti alternativi alla guerra e alla vendetta. Erano giorni in cui tutti sembravano ossessionati dall'occhio per occhio. Riccardo, Flipper e io non condividevamo quel sentimento.

Così abbiamo inventato un nome naif, ma immediato e che aveva a che fare con quello che facevamo: suonare i giradischi. E’ nato Giradischi Contro la Guerra, una serata in contemporanea al Brancaleone di Roma e al Leoncavallo di Milano, trasmessa in streaming con un ADSL incerto. Hanno partecipato migliaia di persone, lo streaming pionieristico è stato un modo per diffondere in tutta Italia un’idea dal basso, dal DJ e condivisa con tantissime persone. Questo tipo di auto organizzazione è la base del clubbing, a volte sembra che senza locali non ci sia musica dance, ma in realtà le mejo feste sono nate dal basso, fra le persone che si organizzano per un desiderio.Lo streaming di quella notte era gracile, si interrompeva e riprendeva. Ma il gesto era pubblico e diffuso.

Al Brancaleone sembra che lo spazio trasformi le persone che lo abitano, rendendo la loro identità frutto di un vero e proprio processo culturale che è stato fondamentale per la trasformazione dell’idea di centro sociale in quegli anni. Cosa credi manchi oggi, a livello ideologico, di quella libertà di stare sulla 'soglia' senza etichette?

Difficile paragonare quegli anni ad oggi, i movimenti culturali appartengono al tempo in cui esistono. I centri sociali avevano cominciato a cambiare dall'inizio degli anni Novanta, con la Pantera che aveva portato nei centri sociali persone lontane dalla politica militante, gente che andava lì anche solo per bere, fumare e stare insieme nella musica. La musica era l’hip hop in quegli anni e si ballava oltre che cantare. Poi, passato l’acme della scena rave, il clubbing nei centri sociali a metà degli anni ‘90 è stato il passaggio successivo, è stata la forma di clubbing più rispettosa delle radici e agli stilemi della cultura del ballo, radici giamaicane, africane, statunitensi e inglesi, che sapevano di promiscuità, di libertà, di uso consapevole di sostanze, di ricerca ritmica e controculture.

Quello che rendeva quel movimento particolare non era l'isolazionismo, era esattamente il contrario. C'era il desiderio di condividere con il maggior numero possibile di persone. Nel movimento c'erano giornalisti che dalle frequenze di Radio Rai spingevano i nostri stessi suoni, DJ che lavoravano nelle distribuzioni discografiche o nella promozione, produttori che già allora costruivano un linguaggio sonoro personale, organizzatori con idee chiare e divergenti. Insieme annusavamo l’aria e reagivamo. La notte spacciavamo musica e il giorno contrabbandavamo parole. Era una rete pienamente immersa nella società, che cercava di cambiarla standoci dentro. Cosa manca oggi di quella libertà di stare sulla soglia senza etichette? Come possibilità mi sembra non manchi nulla, ci sono mezzi incredibili da hackerare e usare per cercare un’alternativa di clubbing sovranazionale. Forse scarseggia la voglia di stare nel mezzo, di non scegliere un'appartenenza prima di avere capito cosa si cerca e cosa si sente. La soglia è uno spazio scomodo e la cultura attuale compresa quella dei social premia l'identità definita, il posizionamento netto, l’identità e l’identico. Ma le cose più interessanti per me sono nell'indistinto, nel non ancora classificato, nel diverso e nel assolutamente normale.

Il titolo “Un pubblico meraviglioso” è la frase che Riccardo Petitti ripeteva ogni volta alla fine dei suoi DJ set per ringraziare la pista. A distanza di più di dieci anni dalla sua scomparsa, cosa significa per te restituire la sua figura e la vostra amicizia attraverso questo libro? Ritieni anche questo un atto politico?

E’ un atto personale. Il tentativo di mettere in ordine una storia, anche se un senso o un ordine non l’ho trovato. Riccardo è stato un incontro fondamentale per me, mi ha permesso di legittimare il pensiero e le riflessioni sulla musica e la cultura che fino a quel momento avevo fatto da solo. Insieme abbiamo scritto una grammatica nostra fatta di idee, di ideali, di etica e di libertà di pensiero, alto basso, scorretto e rispettoso. Eravamo arrivati ad avere cose che si possono fare e non si possono fare in consolle. Per esempio, non so per quale motivo ma tutt’oggi non pitcho un brano oltre il +2 su un giradischi o un CDJ. E’ una regola nata in quegli anni. Raccontato così sembra una questione tecnica. Ma dietro c'era una il rispetto della musica e di chi l’aveva prodotta. Se bisogna pitchare un disco oltre il + o - 2 affinché stia in un set, vuol dire che quel disco non ci deve stare. Il suono cambia con il pitch, perde dinamica e pasta e il suono per noi era il re del club. Nei club si va ad ascoltare musica, senza guardare la consolle, non si va a guardare il DJ o a fargli i video. Il suono è anche un atto politico, non so se lo sia questo libro che per me rimane strettamente personale, ma spero sia raccolto da chi può estrarne spunti e pratiche. Anche esempi di cose da non fare.

il tuo libro arriva in un momento storico di grande subbuglio per l’Italia, per i centri sociali e per gli spazi in generale di aggregazione…[domanda libera per parlare del tuo punto di vista in merito, per dire, se ti va, in che modo possiamo provare a cambiare le cose, ripartendo proprio da tutto ciò che ci è stato tolto]

Ci sono persone dietro ai movimenti e agli spazi, persone che pensano, si parlano, si incontrano e agiscono. Se le ultime generazioni smarriscono la voglia di progresso umano, di futuro sociale, di avvenire culturale, credo sia difficile immaginare un’alternativa. Credere nell’avvenire non è mai stato facile, il futuro è incerto da generazioni. Il cambiare le cose ha a che fare con la ricerca urgente ed inevitabile del mai visto. Il mai visto abita nel futuro, è il luogo dove c’è qualcosa che ancora nessuno ha pensato, qualche suono che nessuno ha mai creato. I media e la cultura spacciata dai social non fanno altro che promuovere il passato, tutto era meglio prima. Ma il passato è una trappola, è il contrario dell’azione. Il movimento indietro, il ritorno al passato rassicurante o idealizzato, sono l’opposto della cultura progressista; il ritorno al quartiere tanto in voga in questi tempi è l’opposto della cultura sovranazionale; il locale, il particolare sono l’opposto dell’universale. Vestirsi con i brand degli anni ‘90 è l’opposto della ricerca di nuovi codici in cui identificarsi. Indossare i vestiti dei genitori è il rifiuto di scavalcare i genitori, di superare il loro lascito. Mi sembra che il messaggio anche corroborato dalla presenza contemporanea ed eterna di tutta la musica mai esistita in rete, sempre disponibile stia promuovendo un eterno presente in cui le persone devono solo consumare e che elimina le dinamiche generazionali che potrebbero aver voglia di cambiare le cose.

Al Corriere Della Sera dici come “da sempre la politica si appropria di ciò che va di moda”, e lo vediamo oggi con eventi techno in piazza o con l’ok da parte di comuni e istituzioni a fare “clubbing” in luoghi non idonei, come pasticcerie o bar. Sembra però che negli anni ‘90 Agatha riuscisse a perforare il sistema portandoci dentro la lava viva dell’avanguardia, con una spinta culturale che aveva un riscontro popolare e in qualche modo coinvolgeva positivamente anche le istituzioni. Cosa credi sia cambiato in questo ciclo? Come mai ciò che nemmeno trent’anni fa aveva un riscontro culturale popolare, oggi ha un’accezione che prende direzioni ambigue, con ombre e zone grigie sempre più evidenti?

La musica dance è musica funzionale, è musica per ballare e non sempre ballare è di moda. Non sempre il ballo è stato il modo di espressione delle energie giovanili. Per anni è stato il rock, per altri anni il punk, o il soul, il rap, il funk o la disco. Nessuna musica è sempre presente nella cultura, sono cicli. In alcuni periodi il ballo è stato la fascinazione di generazioni, è stata la loro affermazione, per altri periodi è rimasto nascosto nell’underground. Quando un suono scompare dai media, dal mercato e dall’opinione pubblica spesso si rigenera e si prepara ad un nuovo ciclo. Forse la club culture dopo essere stata depauperata, diserbata e sfruttata ha bisogno di riposo, di tornare nell’oscurità e nutrirsi di altro. Raccogliere nuove istanze e trovare una nuova generazione che vede nel ballo un’energia propria, quel balla e difendi fatto di nuove forme e nuove idee. Il fatto che oggi bar, macellerie e piazze scimmiottino il clubbing ci dice che il clubbing deve cambiare. Quelle forme di appropriazione che il mainstream fa del ballo urlano l’esaurimento di una cultura che deve ritrovare idee, etica, estetica e soprattutto deve ritrovare una musica dance non imbrigliata in clichè e mode, ma fatta di idee personali che trovano senso in mezzo agli altri, orientate solo dall’urgenza e dal bisogno espressivo. Drum and bass, 2 step UK garage, broken beat, dubstep, breakbeat da club e tanti altri piccoli modi di scrivere dance sono nati sullo soglia fra due millenni, in un momento nel quale la produzione musicale è diventata in massa, facile per professionisti che fino a quel momento avevano faticato tantissimo per creare suoni e groove. La tecnologia allargava le possibilità espressive visioni di ritmi e suoni mai sentiti prima ma profondamente attesi. Suoni che urlavano futuro per una generazione affamata di futuro. Forse semplicemente, per molte persone adesso non c’è bisogno di ballare.

Per una piccola realtà indipendente come poteva essere Agatha all’inizio, oggi sembra impossibile organizzare un evento in Italia. Quali consigli daresti a dei giovani Andrea e Riccardo del 2026?

Gli direi di mettersi in ascolto. Prima di tutto del loro desiderio, unico e diverso da quello degli altri in modo da trovare il proprio suono, il proprio stile, il proprio modo riconoscibile di stare in consolle. Non per costruire un ego, ma per avere qualcosa di preciso da portare agli altri, qualcosa che contribuisca alla costruzione del presente, all’espressione generazionale.

E poi gli direi di mettersi in ascolto di nuovo, questa volta verso fuori, verso il mondo intorno, i sentimenti che circolano nell’aria, e verso le persone molto lontane da loro. I DJ sono antenne che ricevono e trasmettono, danno senso alla notte e ai giorni di chi li ascolta. Suonano dischi fatti da altre persone per comporre il loro suono. Organizzano istanze diverse mettendole in senso. Per farlo devono essere bidirezionali. Devono saper ricevere prima di trasmettere. Forse il nostro tempo promuove solo l'ascolto di noi stessi, non l'ascolto di noi stessi in mezzo agli altri.

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