18 anni di Magick Bar a Roma: l'utopia di Fabio Colicchi diventata realtà
Uno dei locali che ha contribuito a creare il panorama elettronico internazionale diventa maggiorenne. Diciotto anni di incanto, dove la musica da sempre è rito e il tempo si piega alla magia di un luogo che non somiglia a nessun altro. Fabio Colicchi ci racconta la storia del suo Magick Bar di Roma.
Da diciotto anni, nell'urbe eterna, il Magick Bar riscrive i confini tra reale e visionario. Non è un club, non è un bar, non è un giardino: è un incantesimo di legno e verde che cresce sulla golena del Tevere come un fiore della notte sbocciato tra le crepe dell'abbandono. Il Magick Bar non appartiene alla geografia convenzionale di Roma, ma a una cartografia fatta di frequenze e chiaroscuri, che da sempre resiste non piegandosi alle logiche comuni.
È qui, in questo scrigno di natura e architettura, che la visione di Fabio Colicchi ha trovato dimora. Una sorta di vocazione che ancora oggi plasma un destino che di anno in anno si svela lentamente. Diciotto anni fa, quando la vegetazione era incolta e il degrado faceva da padrone, qualcuno ha saputo vedere ciò che altri non vedevano: un tempio laico immerso nel verde, dove la musica elettronica potesse vivere una dimensione altra, lontana dalle convenzioni della notte e dalle gabbie dei generi.
Oggi quel luogo è diventato tappa obbligata per gli artisti più visionari del panorama internazionale, un crocevia di energie e suoni che si radica attraversando confini. Eppure, nel suo cuore, il Magick è rimasto ciò che è sempre stato: un atto d'amore per la musica, un'oasi di libertà in una città che troppo spesso dimentica il potere rigenerante della bellezza e della cura.
In questa intervista, Fabio Colicchi ci guida tra le pieghe di un sogno che si è fatto realtà, raccontandoci la genesi di un luogo che ha saputo trasformare un lembo di terra dimenticata in un giardino delle delizie sonore, dove il tempo si dilata e ogni tramonto porta con sé la promessa di un nuovo incanto.
Diciotto anni per un locale non sono un traguardo qualsiasi, soprattutto per una forma ibrida e fuori dagli schemi come quella del Magick Bar. Raccontaci come ci siete arrivati. Il vostro spazio è stato, fin dall’inizio, un luogo libero e di sperimentazione dove i migliori artisti internazionali – romani e non solo – hanno potuto confrontarsi con le proprie capacità, rendendo il Magick un vero e proprio luogo di culto e di scambio di musica e di energie. Era questa la tua intenzione fin dal giorno zero? O è una cosa che è semplicemente accaduta, una sorta di magia che il luogo ha saputo evocare da sé?
Diciotto anni sono un traguardo che ci rende profondamente orgogliosi, soprattutto perché il Magick Bar non è mai stato costruito seguendo una formula. Si è evoluto e trasformato anno dopo anno, in modo del tutto organico, crescendo insieme alle persone che lo hanno vissuto.
Hai usato la parola giusta: è stata davvero una magia. Non nel senso romantico del termine, ma perché è qualcosa che è accaduto naturalmente, senza essere pianificato. Fin dall'inizio volevamo semplicemente creare nella nostra città un luogo unico, con un respiro internazionale, dove la musica fosse davvero il linguaggio comune. Tutto il resto è nato spontaneamente.
Negli anni il Magick è diventato un punto di riferimento capace di attirare persone da tutto il mondo e alcuni dei migliori artisti della scena internazionale, che continuano ad apprezzarne l'atmosfera, l'energia e la ricerca musicale. È stato un processo naturale, alimentato dal passaparola e dalle esperienze vissute da chi è passato di qui.
Credo che la forza del Magick sia sempre stata quella di non inseguire mai le tendenze, ma di restare fedele alla propria identità. Dopo tutti questi anni, vedere che questa visione continua a essere condivisa da una comunità così ampia è il riconoscimento più bello che potessimo ricevere.
La direzione artistica spazia tra artisti emergenti e veri e propri pilastri della scena elettronica, senza limitazioni di generi o seguendo schemi troppo rigidi. Come anticipavamo, però, tutto questo non sarebbe possibile senza l’alchimia strutturale e architettonica del luogo che avete costruito negli anni. Oltre a essere uno spazio unico al mondo, il Magick Bar è anche parte attiva di progetti di riqualificazione dell’area lungo Tevere Oberdan...
Negli anni abbiamo avuto il privilegio di ospitare alcuni dei più importanti artisti della scena internazionale, affiancandoli a talenti emergenti e a una famiglia di resident che rappresenta il cuore pulsante del Magick. La ricerca musicale è sempre stata parte del nostro DNA: non abbiamo mai ragionato per generi o mode, ma seguendo qualità, personalità e una visione precisa.
Credo che questo sia stato possibile anche grazie al luogo stesso. Il Magick offre agli artisti un contesto completamente diverso da quello dei club o dei festival: uno spazio immerso nella natura, nel cuore di Roma, dove il rapporto con il pubblico è più diretto e l'esperienza assume una dimensione unica. Molti tornano proprio per questo. Apprezzano l'integrità della nostra direzione artistica, l'atmosfera e una narrativa costruita con coerenza nel corso degli anni.
Ma il Magick non è soltanto un progetto culturale. È anche un progetto di rigenerazione urbana. Quando abbiamo iniziato, quell'area della golena del Tevere era completamente abbandonata: vegetazione incolta, degrado e uno spazio che la città aveva smesso di vivere. Con il tempo, il lavoro e tantissimo impegno abbiamo contribuito a restituirlo ai romani, pulendolo, valorizzandolo e rendendolo nuovamente fruibile.
Non abbiamo semplicemente aperto un locale: abbiamo restituito alla città uno spazio e gli abbiamo dato una nuova identità attraverso la musica e la cultura contemporanea. Vedere che, negli anni, altre realtà hanno scelto di investire nella stessa area, contribuendo a renderla uno dei luoghi più vivi dell'estate romana, è motivo di grande soddisfazione.
In fondo è questo il nostro orgoglio più grande: aver creato un luogo che oggi è riconosciuto e amato da artisti e pubblico di tutto il mondo, ma soprattutto uno spazio dove la cultura contemporanea possa essere vissuta in modo autentico, aperto e accessibile.
La vostra anima si distanzia consapevolmente da quella di club fin dal giorno 0, precedendo in un certo senso tutte le mode di oggi. Da dove nasce questo bisogno di non rientrare nei canoni tipici della “movida” italiana?
È sempre stata una mia idea creare uno spazio dove la musica potesse essere vissuta in maniera completamente libera, sia da parte del pubblico che da parte di chi ne cura la direzione artistica.
Quando ho iniziato il Magick Bar facevo ancora parte della società del Goa Club, di cui seguivo la direzione artistica. È stata un'esperienza fondamentale, ma sentivo l'esigenza di avere uno spazio dove poter esprimere una visione diversa, senza i compromessi che inevitabilmente fanno parte delle dinamiche di un club.
Volevo poter invitare artisti straordinari anche se non erano ancora nomi affermati o capaci di riempire un dancefloor solo con il proprio nome. La ricerca è sempre venuta prima del mercato.
Allo stesso tempo mi affascinava l'idea di far vivere la musica elettronica in un contesto completamente diverso. Un luogo aperto, immerso nella natura, dove il pubblico potesse ascoltare, incontrarsi e condividere un'esperienza senza le convenzioni tipiche della nightlife.
Il Magick non è nato per seguire un modello preciso, ma per offrire alla musica un contesto diverso in cui esprimersi. Credo sia proprio questa libertà, unita alla coerenza con cui l'abbiamo difesa negli anni, ad aver costruito la sua identità.
Alla fine, è sempre stata una scelta molto semplice: mettere la musica al centro e costruire tutto il resto intorno a lei.
A proposito di modalità anticonvenzionali, anche gli orari non rispecchiano quelli tipici dei locali. La vostra apertura copre lo spazio che va dal tramonto alle prime ore dei raggi di Luna, senza forzature o ricadere nello stereotipo delle maratone notturne...
Anche in questo caso tutto nasce dalla stessa idea: dare alla musica un contesto diverso, non solo dal punto di vista dello spazio, ma anche del tempo.
Mi ha sempre affascinato l'idea di vivere la musica elettronica durante il tramonto e nelle prime ore della sera, quando la luce cambia, la temperatura si abbassa e l'atmosfera si trasforma naturalmente. È un'esperienza completamente diversa rispetto a quella della notte fonda.
Non è mai stata una scelta fatta per distinguerci a tutti i costi, ma perché sentivamo che quel momento della giornata fosse perfettamente in sintonia con l'identità del Magick. Il pubblico arriva con un'energia diversa, gli artisti costruiscono set pensati per accompagnare questa trasformazione e tutto diventa più immersivo.
In fondo il Magick ha sempre cercato di dimostrare che la musica elettronica non appartiene a un solo luogo o a un solo orario. Può emozionare allo stesso modo sotto le stelle, durante un tramonto sul Tevere o in un club. Cambia il contesto, cambia il modo di viverla, ma resta sempre la musica al centro.
In diciotto anni devono esserne cambiate di cose, dal modo di vivere la musica per gli artisti, ai frequentatori del locale e così via...
Molte cose sono cambiate, ma forse meno di quanto si possa pensare. Sicuramente negli anni è cresciuto tantissimo il pubblico internazionale e oggi il Magick è una tappa riconosciuta da artisti e appassionati che arrivano da tutto il mondo.
Quello che non è mai cambiato è la nostra identità. Abbiamo sempre preferito evolverci senza inseguire le mode, restando fedeli alla nostra visione. Credo sia proprio questa coerenza ad aver permesso al Magick di rimanere autentico.
E, a proposito di cambiamenti, nel 2022 è nato il Teatro di Minerva, il booth pensato principalmente per set ambient e downtempo, espandendo ancora di più la visione artistica e l’identità sonora del Magick Bar...
Il Teatro di Minerva è uno dei progetti di cui vado più fiero. È nato da un'idea sviluppata insieme all'architetto Carlotta Franco, con l'obiettivo di creare uno spazio che dialogasse con l'identità del Magick senza sovrastarla, aggiungendo una nuova dimensione estetica e artistica.
Dal punto di vista musicale è dedicato principalmente a live, performance e sonorità più atmosferiche, downtempo e sperimentali, ma senza etichette rigide. Ci interessava creare un luogo dove l'ascolto fosse protagonista e dove il rapporto tra artista e pubblico fosse ancora più intimo.
Anche l'architettura racconta questa visione. Il Teatro di Minerva è pieno di sedie e sedute a dondolo, un elemento che rappresenta perfettamente la sua anima: non un luogo statico, ma uno spazio in cui il corpo si muove in modo naturale, seguendo il ritmo senza la necessità dell'esplosione tipica del dancefloor. Mi piace pensarlo come una dimensione obliqua, dove si balla, si ascolta e ci si lascia trasportare in una maniera diversa.
Il Minerva non è un secondo palco del Magick: è un altro modo di vivere la musica, perfettamente coerente con la nostra idea di esperienza culturale.
Ci sono alcune cose, però, che sono rimaste invariate. Ti va di parlarcene?
Sì, e credo che sia proprio questo il motivo per cui il Magick continua a essere così riconoscibile. Il nostro DNA non è mai cambiato.
Ci sono valori che ci accompagnano dal primo giorno e che continuano a guidare ogni scelta: inclusività, bellezza, educazione, qualità, curiosità, un pizzico di mistero e, soprattutto, nessun compromesso nella ricerca musicale.
Molti artisti che suonano oggi al Magick erano già con noi agli inizi. Negli anni si è creato un rapporto di fiducia e di appartenenza, perché condividiamo la stessa idea di musica e di cultura. Questo, per me, vale più di qualsiasi trend.
Le persone cambiano, le scene si evolvono, ma i valori restano. È proprio questa coerenza che continua a dare un'identità forte al Magick e a creare un legame autentico con artisti e pubblico.
Cosa diresti al Fabio di diciotto anni fa che ha avuto, per la prima volta, l’intuizione di aprire il Magick Club?
Gli direi di continuare a seguire le sue intuizioni, di avere fiducia nella propria visione e di rimanere sempre fedele a se stesso.
Quando inizi un progetto così non puoi immaginare dove ti porterà. Se lavori con passione, coerenza e autenticità, accadono cose che vanno oltre qualsiasi piano o aspettativa.
In fondo, la magia esiste davvero. A volte prende la forma di incontri, di persone, di luoghi e di opportunità che non avresti mai immaginato. E se impari a riconoscerla e a seguirla, può portarti molto più lontano di quanto avresti mai creduto.
