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Cocoricò: il rituale della piramide

Una tra le istituzioni del clubbing italiano, sede dei più leggendari DJ set della storia e casa di artisti e appassionati della cultura della notte: il Cocoricò apre le sue porte a Mixmag Italia attraverso la voce del direttore artistico Antonio Mazzotta.

  • Alessandra Sola
  • 2 February 2026
Cocoricò: il rituale della piramide

Ci sono club che appartengono a una città, e club che appartengono a un’epoca. Il Cocoricò è sempre stato entrambe le cose.

Nato alla fine degli anni Ottanta sulle colline di Riccione, con quella Piramide diventata nel tempo un simbolo architettonico e culturale, il Cocoricò ha attraversato oltre tre decenni di club culture europea senza mai ridursi a semplice luogo di intrattenimento. Qui la notte non è mai stata solo un susseguirsi di DJ set, ma un’esperienza totale, fisica e mentale, capace di mescolare musica, corpo, luce e una certa idea di libertà che ha segnato generazioni di clubber.

Negli anni Novanta e Duemila, il Cocoricò è stato uno dei punti cardinali della musica elettronica in Italia e non solo. Un luogo dove la techno, la house e le loro mutazioni più radicali hanno trovato spazio, dove l’alba è diventata rito e il dancefloor un territorio di trasformazione. Un club che ha costruito il proprio mito non rincorrendo le mode, ma spesso anticipandole, pagando anche il prezzo di una visione sempre in tensione.

Oggi, parlare di Cocoricò significa confrontarsi con un’eredità complessa e stratificata. Significa chiedersi cosa voglia dire custodire un’icona senza congelarla, come mantenere vivo uno spirito che per sua natura rifiuta la nostalgia, e in che modo un’istituzione della notte possa continuare a essere rilevante in un presente profondamente diverso da quello che l’ha vista nascere.

Per questo abbiamo scelto di tornare sotto la Piramide e parlare del Cocoricò di oggi direttamente con Antonio Mazzotta, attuale direttore artistico del club. Con lui abbiamo attraversato passato, presente e futuro del Cocoricò, parlando di architettura e ritualità, di programmazione e pubblico, di Capodanno come momento simbolico e di quella tensione costante tra memoria e rischio che, ancora oggi, sembra definire l’identità del club.

Entrare in dialogo con Antonio significa prima di tutto affrontare una parola che torna più volte nel corso della conversazione: rispetto. È da lì che parte la mia curiosità riguardo a cosa significhi prendersi cura di un luogo sacro come il Cocoricò, quasi inevitabile quando si parla di un luogo così carico di immaginario…

“Significa prima di tutto avere rispetto”, spiega Antonio “il Cocoricò non è solo un club, è un simbolo che ha segnato generazioni. Prendersene cura oggi vuol dire proteggere quell’energia originaria senza cristallizzarla, mantenere viva l’identità del luogo e allo stesso tempo permettergli di evolversi. È un equilibrio delicato tra memoria e responsabilità verso il presente e il futuro.”

È un concetto che prende immediatamente forma nello spazio stesso, proprio perché al Cocoricò l’architettura non è mai stata un semplice involucro, ma un elemento attivo dell’esperienza. Antonio infatti è ben consapevole di come la Piramide continui a guidare il mondo della notte.

“La Piramide non è un contenitore, è parte dell’esperienza. Quando entri lì dentro cambia tutto: il tempo, il suono, il modo in cui le persone si muovono. Ogni scelta nasce da quello spazio, non puoi ignorarlo. Il pubblico deve perdersi e ritrovarsi durante il rito dell’alba, per questo non puoi programmare il Cocoricò come un club qualunque.”

E, essendo il rito un vero e proprio atto comunitario che si radica nella ripetizione e nella continuità, è inevitabile chiedersi come si fa a restare fedeli al passato, senza però restarne prigionieri, ma la visione di Antonio è molto lineare, semplice e dritta al punto “Si parte dal coraggio. Il Cocoricò è diventato leggenda perché ha sempre osato. Tenere vivo il filo con il passato non significa copiarlo, ma avere lo stesso spirito di rottura. Se smetti di rischiare, tradisci la sua storia.”

E, non a caso, questo approccio emerge chiaramente anche nel modo in cui viene costruita la programmazione. Le line up del Cocoricò continuano a parlare a pubblici diversi, senza mai apparire forzate…

“Questo perché pensiamo in termini di emozioni, non di target. Mettiamo in dialogo chi ha fatto la storia con chi sta scrivendo il presente. Due movimenti attivi all’interno che coesistono come “Memorabilia” e “Galactica” sono l’emblema di questo dialogo. Uno guarda alla memoria, l’altro allo spazio aperto del futuro. È lì che succede il dialogo vero, questa è la nostra grammatica.”
Non nostalgia né hype, sottolinea, ma “creare continuità emotiva, facendo sentire tutti parte della stessa esperienza.”

Il pubblico, del resto, è sempre stato uno degli elementi più trasversali del club. Ma qualcosa è cambiato e Antonio lo osserva con lucidità “Le nuove generazioni sono molto più consapevoli, visive e fluide, cercano un’esperienza totale, non solo musicale. Quando trovano un luogo che restituisce emozioni reali, la risposta è immediata e profonda. Non cercano solo intrattenimento, cercano un’esperienza che li rappresenti e che li faccia sentire parte di qualcosa.”

Nel Cocoricò di oggi, questa pluralità si riflette anche negli spazi: Piramide, Titilla, T-Room e Ciao Sex convivono come mondi distinti all’interno della stessa notte. Ma al centro resta un concetto che va oltre l’estetica e sposta nuovamente il focus sull’importanza della ritualità “L’estetica è importante, ma senza rito è vuota. Al Cocoricò il rito esiste ancora. L’alba non è la fine della notte, è il suo punto più vero. Chi è ancora lì non lo è per caso, c’è perché ha attraversato la notte fino in fondo. È un momento quasi sacro che può essere tradotto in passaggio, una chiusura e una rinascita insieme.

È per questo che lo chiamiamo rito. Perché non si replica, non si programma, non si forza. Succede.”

E a proposito di riti, il Cocoricò è uno di quei club che saluta la fine dell’anno e accoglie il nuovo in modo esemplare, rispettando ogni anno la tradizione di una programmazione che si articola su diverse notti. Anche l’edizione appena passata del Capodanno Galactica ha lasciato il segno, partendo sabato 27 dicembre 2025 e concludendosi lunedì 5 gennaio 2026, facendo alternare in consolle artisti mondiali come Planet Funk, Seth Troxler, Hades, Francesco Del Garda B2B Raresh e tantissimi altri nelle notti del 27 e 31 dicembre e del 1 e 5 gennaio.

Antonio spiega che per costruire una line up così densa di artisti, e aperta a una moltitudine molto vasta di generi hanno pensato a quel periodo come a un unico grande flusso che rappresentasse ogni notte in modo diverso, ma sempre parte della stessa storia, così da dare vita a un viaggio capace di tenere insieme mondi, gusti ed energie, senza perdere identità.

Forse è proprio questo spirito autentico, nonostante al momento il panorama europeo sia saturo di eventi, che permette al Cocoricò di regalare un’esperienza unica ai suoi affezionati e nuovi argonauti. Secondo Antonio, infatti “Il Cocoricò è un luogo che non può essere spostato o copiato. È la somma di geografia, architettura, storia e pubblico. Qui la notte non è solo intrattenimento, è un’esperienza emotiva e mistica. Questo tipo di alchimia non si progetta, esiste e basta.”

Ma è ovvio che lavorare in un luogo così carico di memoria comporti, inevitabilmente, una responsabilità culturale…

“La storia deve essere una piattaforma di lancio ma bisogna avere il coraggio di rischiare, perché è così che il Cocoricò è diventato quello che è.” spiega Antonio ”Quando sono arrivato al Cocoricò, per prima cosa ho analizzato gli anni più leggendari di esso per cercare la massima ispirazione, non per copiare, ma per capire quale fosse il rischio che avevano avuto il coraggio di prendersi.”

Pensandoci bene, cosa può significare innovare se non rischiare?

Esatto. Innovare significa non sentirsi mai arrivati, lavorare su più livelli contemporaneamente: suono, pubblico, linguaggio, visione, è un’attitudine continua. Non è fare qualcosa di nuovo a tutti i costi. È non smettere mai di mettersi in discussione. Se ti senti arrivato, hai già perso.”

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