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Eleonora Danco ci racconta il suo corto "Futurfestival - L'Arca del Dora"

Dentro il cortometraggio che parla del Kappa FuturFestival di Torino con il punto di vista della regista.

  • Alessandra Sola
  • 27 November 2025
Eleonora Danco ci racconta il suo corto "Futurfestival - L'Arca del Dora"

Ieri, mercoledì 26 novembre 2025, abbiamo avuto il piacere di partecipare alla prima di “FuturFestival - L’Arca del Dora” alla 43a edizione del Torino Film Festival, dove concorre nella sezione Short Documentary. Un cortometraggio fulmineo, appena 8 minuti, che però buca lo schermo con la stessa intensità con cui il Kappa FuturFestival attraversa ogni estate il Parco Dora: senza chiedere permesso.

Diretto da Eleonora Danco, regista e drammaturga tra le voci più radicali del cinema e del teatro contemporaneo, insieme a Marco Tecce, e nato da un’idea condivisa con Alì Toscani, il corto si apre con una domanda che spiazza: “Quale parte del tuo corpo è techno?”
È il varco che introduce lo spettatore dentro un’esperienza sensoriale, fisica e quasi rituale, dove la camera scivola tra funamboli, sognatori, corpi in febbre e le oltre centomila presenze del festival torinese.

Il film pulsa dall’inizio alla fine: immagini serrate, interventi dei DJ della scena internazionale come Chris Liebing e Seth Troxler, passaggi veloci e tagli netti che riflettono i bpm della techno e la drammaturgia asciutta tipica del linguaggio di Danco. E, soprattutto, quell’anima che chiunque abbia respirato almeno una volta l’aria del Kappa riconosce all’istante: sudore, amore, emozioni, passione. Una comunità che si muove insieme non solo per ballare, ma per ritrovare un posto dove esistere senza giudizio. La base della techno, fin dai suoi albori.

La scelta di portare sul grande schermo un festival che nasce per essere movimento, caos, trasformazione ci è sembrata potente e necessaria. Così, per capire meglio come è nato questo piccolo oggetto cinematografico che fluttua tra arte, vita e ritmo, abbiamo chiesto a una delle menti che l’hanno costruito, Eleonora Danco, di raccontarci cosa c’è dentro L’Arca del Dora, e cosa resta dopo che la musica smette di battere.

1. “Quale parte del tuo corpo è techno?” è la domanda radicale, quasi carnale, intorno cui ruota il corto che hai girato sul KFF. Come è nata e cosa rivela, secondo te, del rapporto tra corpo, ritmo e identità?

La musica techno lascia molto libero l’individuo sia nel corpo che nello spirito, almeno per me. È un suono in divenire, molto vicino alla metropoli, ai suoni della realtà e, allo stesso tempo, diventa un rito sociale. Una messa in scena fisica ed emotiva.
La musica techno nasce a Detroit negli anni ottanta, patria dell’industria automobilistica americana, per questo ho fatto una domanda sui Futuristi alla scrittrice Livia Valenti, che ha partecipato al corto. La prima immagine che ci è venuta in mente quando abbiamo iniziato a lavorare sul corto è nata da un quadro di Umberto Boccioni "La città che sale".

2. Quali erano i tuoi rapporti con la scena elettronica e con il KFF, prima di girare questo film?

Il mio rapporto con la musica techno nasce negli anni Novanta, insieme all’amore per l’elettronica. È una presenza che ho portato anche in teatro, grazie alla collaborazione con Marco Tecce, mio compagno di regia in questo cortometraggio. Da anni è lui a selezionare le musiche dei miei spettacoli e dei miei film, e insieme abbiamo costruito un linguaggio sonoro che ormai fa parte del mio modo di raccontare. Non ci sono quasi mai parole, e proprio per questo la musica fa arrivare suoni che toccano gli stati d’animo con ritmi quasi cinematografici, lavorando soprattutto sulle atmosfere.
Non ero mai stata al FuturFestival. L’ho conosciuto grazie ad Alì Toscani, produttrice del cortometraggio: è stata lei a coinvolgerci e con lei è nata questa idea. Aveva visto i miei film N-CAPACE e N-EGO, e ci è sembrato naturale proseguire quel percorso, insieme a Marco Tecce e al suo montaggio straordinario.

3. Nel corto convivono confessioni reali, improvvisazioni, lacrime, risate. Come hai lavorato sulla spontaneità dei partecipanti? E come si dirige qualcosa che, per definizione, non vuole essere diretto?

È il nostro marchio di fabbrica lavorare sulle emozioni e sulla performance delle persone che scelgo. Qui era più complicato perché erano persone fermate al momento e per lo più durante i DJ set del festival. Alla fine, è proprio lì che abbiamo trovato la spontaneità che cercavamo.

4. La tua poetica teatrale incontra un contesto techno, spesso percepito come distante dal cinema d’autore. Che cosa ti ha attratto nella possibilità di raccontare un festival musicale con un linguaggio così intimo

Non credo sia distante, mi viene in mente il bellissimo Nashville di Robert Altman. La musica e il cinema sono due espressioni molto vicine che si esaltano insieme.
Era elettrizzante per noi lavorare in un festival techno che contiene tutta questa forza espressiva da cui traspariva un'energia incredibile. È stata una scommessa immergersi in quel turbinio.

5. Parco Dora è un set naturale potentissimo: acciaio, vuoti industriali, luce. È stato difficile trasformare questo spazio in cinema?

Il Parco Dora è un tappeto volante, un posto incredibile dove non c’è memoria, ma più una forza verso il futuro... sembrano delle rovine di un tempio greco futuristico. Le colonne di ferro, alte e imponenti rimandano a una dimensione senza tempo, austera e allo stesso tempo libera. Non era facile riprenderlo, perché nelle inquadrature la forza che si percepisce a colpo d’occhio diminuiva, ma siamo riusciti a tirarne fuori la potenza. Ho lavorato sulla profondità e sui dettagli. Tutto questo ferro insieme alle persone era incredibile, ma anche tutto il verde che lo circonda, l'erba. Sbalorditivo. Per completare il lavoro, poi, abbiamo girato delle brevi sequenze a settembre.

6. Il film parla di “tre notti che sembrano mille. Come avete affrontato il montaggio per restituire questa percezione alterata del tempo, tipica dei Festival?

Per questa risposta mi faccio aiutare dal mio co-regista, Marco Tecce: "Abbiamo cercato di eliminare i tempi morti e creare un flusso di immagini che si avvicinasse ai 120 / 150 bpm della musica techno. Non volevamo essere troppo descrittivi o inserire legende, ma lasciare allo spettatore la scoperta delle atmosfere e delle complessità delle anime che abitano il FuturFestival".

7. La selezione al Torino Film Festival porta la techno su un terreno inesplorato. Credi che la cultura dei festival elettronici abbia necessità di trovare il proprio linguaggio audiovisivo?

Credo che lo troverà sempre di più: è un’onda in costante espansione, un linguaggio giovane ma non solo, che arriva in modo impattante, che genera mondi in continua evoluzione.

8. In molti momenti il film sembra un flusso di coscienza collettivo. Quanto c’è di sceneggiato e quanto, invece, di puro “rubato alla realtà”?

È un insieme di linguaggi, avevo delle linee ma poi tutto lo abbiamo creato con quello che accadeva, con quello che mi trovavo davanti. Per farlo mi sono ispirata a Robert Rauschenberg, usando pezzi di realtà e mischiandoli insieme. Si può dire che girare L’Arca Del Dora sia stato un concerto nel concerto.

9. Cosa volevi raccontare con questo corto quando l’hai pensato la prima volta? Sdoganare i pregiudizi sulla musica techno, o semplicemente raccontarne la comunità che la abita?

Semplicemente entrare in quel flusso e scoprire con Marco Tecce qualcosa di nuovo, in realtà non era nostra intenzione sdoganare nulla. Volevamo soffermarci su altro tipo di fiore. È stata una nuova scoperta, ma anche una sfida lavorare in questo modo durante un festival di quelle dimensioni.

10. C’è un aspetto del festival, della musica, che secondo te non sarebbe potuto arrivare se non attraverso il cinema?

Abbiamo cercato di portare in questo corto il nostro modo di vedere la realtà. Sarebbe bello creare un film dentro un concerto o un festival. Potrebbe essere interessante lavorare sull’energia che crea in tutti e sul tipo di persone che frequentano e vivono questo ambiente. Il potere che scatena la musica è sempre esaltante.

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