Il respiro dell'isola: Fimiani si racconta
Dal golfo alla metropoli, il producer di Ischia lascia alle spalle l'era BPlan per abbracciare un suono che è tutto suo. Con "La Isla Respira" su Toy Tonics, Fimiani trasforma ricordi, jazz, funk e ritmi tribali in un groove che non ha bisogno di essere perfetto, solo autentico e profondamente vivo.
Quando parli con Giuseppe Fimiani capisci subito che nella sua testa riecheggia l'eco di un'isola che difficilmente trovi sulle cartine, ma puoi leggerne i confini nei bassi che ondeggiano, nei giri di Rhodes che incastrano il suo jazz con la house più carnale e nel suono caldo degli strumenti che compongono le sue tracce.
Cresciuto a pane e contaminazioni, tra le tradizioni del Sud Italia e le influenze di una famiglia divisa tra il Golfo di Napoli e la Germania, il producer ha attraversato la gavetta dei club con il progetto BPlan per arrivare, oggi, a spogliarsi di qualsiasi filtro. "La Isla Respira" è il suo manifesto più sincero: quattro tracce che usano le sue radici e i bei ricordi come trampolino per costruire qualcosa di nuovo, dove la fisicità del dancefloor si mescola al respiro lento di chi sa ascoltare il vento. Tra una chitarra che slaccia il groove e un'armonica che buca il mix, Fimiani ci invita a rallentare, a sentire il respiro del mare e l'energia di una pista che non vuole mai fermarsi. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare come si costruisce un suono che, prima ancora di muovere le gambe, vuole davvero muovere il cuore.
Per chi incontra oggi la tua musica per la prima volta, chi è Fimiani? Sei nato a Torre del Greco, sei cresciuto a Ischia e oggi vivi a Milano: che cosa ha lasciato ciascuno di questi luoghi nel tuo modo di ascoltare, comporre e vivere la musica?
Fimiani è il progetto con cui, probabilmente per la prima volta, sento di raccontare davvero chi sono. Arriva dopo tanti anni di musica, di club, di produzioni e di esperienze diverse, ma soprattutto arriva in un momento in cui non sentivo più il bisogno di rincorrere un suono o una scena. Volevo semplicemente fare la musica che avrei avuto voglia di ascoltare io.
Più che i luoghi in sé, credo che siano state le persone a influenzarmi davvero. Sono nato a Torre del Greco, ma sono cresciuto a Ischia, in una famiglia in cui la musica è sempre stata presente. Dai miei genitori ai miei zii, fino ai parenti che vivono ancora oggi in Germania, ho respirato fin da piccolo influenze molto diverse. Parte della famiglia di mia madre si è trasferita lì nel dopoguerra e questo ha creato un legame continuo tra due culture, che in casa mia si è sempre sentito, anche attraverso la musica.
Da una parte c'erano la tradizione e la cultura del Sud Italia, dall'altra arrivavano dischi, artisti e sonorità che in quegli anni erano meno diffuse qui. A questo si aggiunge una famiglia che ha sempre avuto una grande passione per la musica, gli eventi e i momenti di condivisione. Credo che il mio modo di vivere la musica nasca proprio da questo mix, contaminazione, curiosità e voglia di stare insieme attraverso la musica.
Milano è arrivata dopo e ha rappresentato un'altra tappa importante. Mi ha insegnato a dare una struttura a quella passione, trasformandola in un percorso professionale e mettendomi ogni giorno a confronto con persone e realtà che mi hanno fatto crescere, sia artisticamente che umanamente.
Il tuo percorso è iniziato molti anni fa sotto il nome BPlan, mentre Fimiani è nato dall’esigenza di aprire una nuova direzione artistica. A distanza di tempo, senti ancora queste due identità come mondi distinti oppure sono diventate parti diverse della stessa storia?
BPlan è stato il mio progetto principale per tanti anni e, in realtà, è arrivato dopo altri esperimenti musicali che facevo quando ero più giovane. È stato il periodo in cui ho imparato davvero il mestiere, ho sperimentato tantissimo, soprattutto attraverso l'uso di campioni, re-edit e reinterpretazioni di brani esistenti. Passavo ore a smontare i brani che amavo, cercando di capire perché un groove funzionasse così bene o come pochi elementi riuscissero a creare tutta quell'energia. Era il mio modo di studiare la musica dall'interno e, senza rendermene conto, di costruire il mio gusto come produttore.
Parallelamente, BPlan mi ha dato la possibilità di fare tanta esperienza nei club. Suonare davanti a pubblici diversi mi ha insegnato a leggere il dancefloor, a capire le dinamiche di una serata e, soprattutto, a comprendere cosa funziona o non funziona davvero quando una tua traccia viene ascoltata dal pubblico per la prima.
A un certo punto, però, ho sentito l'esigenza di cambiare prospettiva. Non perché rinnegassi quel percorso, anzi, senza BPlan probabilmente non esisterebbe Fimiani. Semplicemente avevo voglia di costruire qualcosa che partisse sempre di più da me e sempre meno da materiale già esistente.
Ho iniziato a produrre musica in modo diverso, dando maggiore spazio agli strumenti suonati, alle armonie e a composizioni completamente originali. È stato un percorso che, in modo del tutto naturale, mi ha portato a pubblicare con Toy Tonics. È un'etichetta che ho sempre stimato perché ha un approccio molto libero alla musica, senza confini rigidi tra house, disco, jazz, funk ed elettronica. Ritrovarmi lì è stato come trovare un ambiente che rispecchiava perfettamente la direzione che stavo cercando.
Oggi non vedo più BPlan e Fimiani come due identità separate, ma come due fasi della stessa evoluzione. BPlan mi ha insegnato il linguaggio del club e il modo in cui una traccia riesce a muovere una pista, mentre Fimiani mi sta permettendo di usare quel linguaggio per raccontare qualcosa di più personale. In fondo, l'obiettivo è rimasto lo stesso, è semplicemente cambiato il modo in cui ci arrivo.
La Isla Respira parte dall’immagine di un’isola viva, capace di respirare attraverso il vento, il mare, il sole e la memoria. Quanto c’è dell’Ischia reale in questo luogo e quanto, invece, l’isola rappresenta uno spazio interiore, quasi una geografia emotiva?
Sicuramente c'è un riferimento a Ischia, perché è il luogo in cui sono cresciuto e ha inevitabilmente influenzato il mio immaginario. Ma "La Isla Respira" non vuole raccontare un'isola precisa, né essere un omaggio esclusivamente a Ischia.
L'isola, per me, è soprattutto un simbolo. Mi ha sempre affascinato l'idea che le isole abbiano una loro personalità, sembrano più vive rispetto alle città, hanno un respiro, un ritmo e un'energia tutta loro. Ti accolgono, ti parlano, ti fanno rallentare e, in qualche modo, riescono a metterti in connessione con te stesso.
È proprio da questa immagine che nasce il titolo dell'EP. Ho immaginato un luogo che respira, non necessariamente geografico, ma emotivo. Un posto in cui ognuno possa ritrovarsi, indipendentemente da dove si trovi nel mondo.
Per qualcuno potrà essere davvero un'isola, per altri una montagna, una città, una casa o semplicemente uno stato d'animo. Credo che tutti abbiamo un luogo che ci restituisce equilibrio e ci fa sentire bene.
Questo EP è il viaggio dentro quel luogo. Le quattro tracce rappresentano momenti diversi di questo percorso, ma sono unite dalla stessa idea, cercare una connessione autentica con uno spazio che ci fa sentire vivi, liberi e profondamente noi stessi.
Nel nuovo EP le fondamenta della house degli anni Novanta e Duemila incontrano ritmi latini e tribali, jazz e funk. Come hai lavorato per trasformare queste influenze in un linguaggio personale, evitando che diventassero una semplice operazione nostalgica?
Non mi interessa ricostruire il passato. Se volessi ascoltare un disco del 1998, metterei su quello. A me interessa capire perché quella musica emoziona ancora oggi e portare quello spirito dentro qualcosa di nuovo. È facile prendere un suono del passato, riprodurlo fedelmente e costruirci sopra un brano. Ma non è quello che cerco quando produco.
È inevitabile che nelle mie produzioni si sentano le influenze della house degli anni Novanta e Duemila, del jazz, del funk, della disco e delle sonorità latine e tribal. Sono la musica con cui sono cresciuto, quella che ha formato il mio gusto e il mio modo di intendere il groove. Mi hanno sempre affascinato le produzioni di quel periodo perché avevano anche una forte componente umana (oltre ai sample ovviamente), musicisti veri, strumenti suonati, arrangiamenti che respiravano e piccole imperfezioni che rendevano ogni traccia viva.
Oggi, però, non mi siedo mai in studio con l'idea di ricreare quel sound. Succede tutto in modo molto naturale. Dopo tanti anni passati ad ascoltare musica, suonare e produrre, quel linguaggio è diventato parte di me. Quando inizio una traccia non penso alle reference o a un'epoca precisa, entro semplicemente in un mondo musicale che è cresciuto dentro di me nel tempo e che ormai esce in maniera spontanea, quasi istintiva.
Mi piace una frase che dice: "Senza radici non si vola". Credo descriva perfettamente il mio approccio. Le mie radici musicali sono ben presenti e continuano a ispirarmi, ma non rappresentano un limite. Sono il punto di partenza da cui provo a costruire qualcosa che abbia una voce personale, contemporanea e, soprattutto, sincera.
Gli strumenti suonati e la componente organica hanno sempre avuto un ruolo importante nelle tue produzioni. Com’è nato concretamente il suono di La Isla Respira in studio? Da dove parte solitamente una tua traccia: da un groove, da una linea strumentale, da una voce oppure da un’immagine precisa?
Non ho un metodo rigido e credo sia proprio questo a rendere ogni produzione diversa dall'altra. Ogni sessione in studio prende una direzione tutta sua e non parto mai con l'idea di arrivare necessariamente a una traccia finita. Ci sono giornate in cui nasce soltanto un groove, altre in cui lavoro su un basso, altre ancora in cui registro uno strumento o un'idea che magari ritroverò mesi dopo.
Se però dovessi individuare due elementi da cui parto quasi sempre, direi senza dubbio la ritmica e il giro di basso. Sono le fondamenta del mio modo di produrre. Quando l’incastro tra basso e batteria funziona davvero sento di avere una base solida su cui costruire tutto il resto.
Da lì iniziano ad arrivare naturalmente gli altri elementi: Rhodes, pianoforti, fiati, chitarre, percussioni o qualsiasi altro strumento possa dare carattere alla traccia. Non mi interessa riempire gli spazi, ma trovare ogni volta gli ingredienti giusti perché il brano abbia una sua identità.
Un ruolo fondamentale lo hanno anche le persone con cui collaboro. Negli anni si è creato un rapporto molto sincero con gli amici e i musicisti che partecipano ai miei progetti, ci conosciamo bene, condividiamo lo stesso gusto e spesso basta uno sguardo o una demo per capire subito la direzione da prendere. Lo stesso vale per il sound engineer con cui lavoro, abbiamo costruito insieme, passo dopo passo, il suono del progetto Fimiani, cercando un equilibrio tra calore, organicità e un impatto moderno.
Non cerco la perfezione assoluta. Anzi, spesso lascio volutamente piccole imperfezioni perché sono quelle a rendere un brano vivo. La perfezione assoluta non mi interessa. Preferisco una nota leggermente sporca, un'esecuzione con un po' di respiro, piuttosto che una produzione perfetta ma incapace di emozionare.
Guardando alla tua discografia, dalle produzioni e dagli edit firmati come BPlan e Caffè Corretto fino alle release di Fimiani su Toy Tonics, qual è l’elemento che non è mai cambiato? E quale parte del tuo passato musicale hai dovuto abbandonare per arrivare al suono che senti davvero tuo oggi?
In realtà non credo di aver abbandonato nulla. Mi piace pensare che tutto quello che ho fatto nel corso degli anni si sia semplicemente trasformato e integrato in quello che faccio oggi.
Se ascolto oggi le produzioni di BPlan, mi accorgo che c'erano già molti elementi che continuo a ricercare. Anche quando lavoravo principalmente con campioni, sceglievo quasi sempre materiale proveniente da musica suonata: soul, disco, boogie, jazz, funk. Mi hanno sempre attratto il calore degli strumenti veri, le piccole imperfezioni, il feeling umano che certe registrazioni riescono a trasmettere. Probabilmente, senza rendermene conto, stavo già cercando quella stessa organicità che oggi costruisco attraverso composizioni originali e collaborazioni con musicisti.
Anche il mio approccio al ritmo e alla dinamica non è cambiato molto. Essendo prima di tutto un DJ, quando produco penso sempre a come una traccia si svilupperà nel tempo. Mi piace costruire una progressione, creare tensione, lasciare spazio agli elementi giusti nel momento giusto. Non significa produrre musica solo per il club, ma avere sempre in mente il modo in cui una traccia può accompagnare un dancefloor e raccontare una storia.
Per tanti anni ho imparato studiando e reinterpretando la musica degli altri. Oggi provo a raccontare la mia, ma con lo stesso rispetto e la stessa curiosità con cui è iniziato tutto.
Oggi sento meno il bisogno di partire da qualcosa che esiste già e molto di più quello di costruire un mondo sonoro mio, mantenendo però gli stessi valori che mi accompagnano da sempre, groove, musicalità e una forte presenza umana. Credo che sia proprio questo il filo conduttore di tutto il mio percorso. Ritrovare questi elementi anche in una realtà come Toy Tonics è stato uno stimolo importante e una conferma che la direzione intrapresa era quella giusta.
Hai descritto La Isla Respira come un lavoro pensato per il dancefloor, ma capace di vivere anche nell’ascolto quotidiano. Che cosa vorresti restasse di questo disco quando la pista finisce, le luci si accendono e chi lo ha ascoltato torna alla propria vita?
Credo che la musica abbia un valore speciale quando riesce ad accompagnare le persone nei momenti più diversi della loro vita. Come dicevo prima, mi piace pensare che una traccia possa funzionare in un club, ma anche durante un viaggio, una passeggiata o semplicemente quando si è da soli, con i propri pensieri. Se riesce a fare entrambe le cose, allora penso abbia davvero trovato il suo posto.
Con "La Isla Respira" non volevo realizzare soltanto un disco per il dancefloor, ma lasciare qualcosa anche dopo che il brano è finito. Un'emozione, un ricordo, una sensazione che continui a vivere dentro chi ascolta.
Negli anni mi sono arrivati messaggi che mi hanno colpito profondamente. Persone che mi hanno scritto semplicemente per dirmi "grazie", raccontandomi che alcune mie tracce le hanno accompagnate per giorni o settimane, ascoltandole da sole, nei momenti in cui avevano bisogno di ritrovare un po' di serenità, forza o semplicemente un posto in cui rifugiarsi per qualche minuto.
Sapere che la mia musica abbia potuto fare compagnia o regalare un po' di luce in un momento difficile è qualcosa che va ben oltre qualsiasi risultato o soddisfazione professionale.
Se "La Isla Respira" riuscirà a lasciare anche solo una piccola traccia nella vita di chi lo ascolta, allora sentirò di aver raggiunto il mio obiettivo.
Mi piacerebbe che questo disco fosse ricordato non solo per l'energia delle sue tracce, ma soprattutto per le emozioni che è stato capace di trasmettere. Se tra qualche anno qualcuno riascolterà una di queste tracce e gli tornerà in mente un momento della sua vita, allora sentirò di aver fatto bene il mio lavoro.
