FRANK STORM | IT 2026 #01
The art of locking in
Frank Storm non irrompe in un dancefloor. Gli permette di prendere forma. Lo si percepisce nel modo in cui i suoi set si sviluppano, ma anche da come parla delle notti fuori, della musica, degli spazi in cui le cose accadono. Nulla viene pensato come un picco da conquistare, tutto trova forma ruotando intorno alla continuità, a come l’energia circola per plasmare l’atmosfera, dentro la quale le persone decidono di restare.
Il suo è uno sguardo generoso, Frank è attento a ciò che accade sulla pista da ballo. Il suo focus non è fissato solo sull’impatto, ma sull’arco completo di una notte: suono, visual, tensione, rilascio. La club culture, per lui, è qualcosa di condiviso, fisico e collettivo.
Questo modo di pensare è al centro di Crunch, la label e la serie di eventi cresciuta insieme a lui. Non come dichiarazione di brand, ma come frazione di mondo, uno spazio in cui distorsione e immaginazione incontrano groove e flusso e dove il linguaggio visivo ha lo stesso peso della musica. Crunch riflette il modo in cui Frank attraversa la cultura: in maniera intuitiva, paziente, senza forzare una risoluzione.
Passare del tempo con Frank Storm rende chiaro che il suo approccio non si basa su una traiettoria, ma sulla ricerca di un punto d’arrivo. Il ritmo continua a cambiare, le stanze continuano a trasformarsi, e lui si muove insieme a loro. Non c’è una chiusura in ciò che sta costruendo, solo slancio. Una volta entrati nel suo mondo, il viaggio non si ferma.
Se ti sei scoperto attratto da notti sempre più lunghe, da spazi in cui la musica non ti spinge verso l’uscita ma ti trascina lentamente sempre più dentro, il mondo di Frank Storm ti sembrerà familiare. Qui si tratta di restare nel groove, di fidarsi del flusso, di lasciare che la notte si riveli per fasi. Di quelle esperienze in cui smetti di guardare l’ora e inizi a prestare attenzione a come ci si sente a essere ancora lì.
Prima che Crunch diventasse un nome su un flyer o un logo su una copertina, esisteva come un modo di guardare le notti come ambienti creati da suono, immagine e umore collettivo. Crunch è il luogo in cui queste idee convergono, e capire come si è formato è anche il modo più diretto per comprendere come pensa Frank, come suona e che tipo di spazi sta cercando di tenere aperti.
Prima ancora di avere un nome, Crunch era un modo di muoversi dentro le notti. Una sensibilità verso il modo in cui le stanze si formano, l’energia si raccoglie, suono e immagine si fondono in qualcosa di difficile da separare. Frank Storm non descrive la club culture come una sequenza di momenti, ma come un ambiente in cui entri e a cui ti adatti lentamente. Crunch è il punto in cui questi istinti sono diventati tangibili, dando forma a un’idea di musica, spazio e connessione che già esisteva.
"Crunch è nato come una visione personale, ma anche come una necessità. Per me è sempre stato legato alla connessione tra musica, arte e divertimento, oltre che all’idea che la club culture non debba essere limitata solo alla DJ booth. È un intero ecosistema: il suono, i visual, l’atmosfera, la tensione prima del drop, l’energia della folla, la libertà che le persone sentono quando entrano nella stanza. È da lì che nasce Crunch. Cerco di costruire un mondo in cui tutti questi elementi convivano insieme, in modo naturale."
Con i club chiusi e i tour sospesi, la priorità si è spostata dal momentum all’intenzione. La prima release di Crunch è arrivata durante quella pausa, rivelandosi come qualcosa di più di una semplice label. Era una piattaforma per un’idea più ampia, che aveva bisogno sia di forma che di spazio per esistere davvero.
"Fin dall’inizio ho visto Crunch come due lati della stessa identità. Da una parte c’è la label, uno spazio in cui posso esprimere il mio suono, spingere artisti e release in cui credo davvero e creare una direzione musicale che sento onesta. Ma anche la label non è mai stata pensata come qualcosa che riguarda solo la musica. L’identità visiva è sempre stata centrale. Gli artwork sono ispirati al collage surrealista, perché sono attratto da quella sensazione di distorsione e immaginazione, come se stessi entrando in una dimensione parallela. È così che voglio che Crunch venga percepito: non solo come un’etichetta, ma come un universo."
Gli eventi sono diventati il punto in cui quell’universo poteva essere abitato. Non semplicemente come feste, ma come traduzioni fisiche delle stesse idee. Stanze in cui il suono, i visual e l’attenzione collettiva si allineano abbastanza a lungo da permettere alle persone di lasciar andare ciò che sta fuori.
"Gli eventi sono l’estensione fisica della label, il luogo in cui tutto diventa reale. Una notte Crunch non è solo un’altra festa. È uno spazio in cui le persone possono perdersi, connettersi ed evadere dalla vita quotidiana per qualche ora. In un certo senso, è esattamente ciò che Crunch rappresenta anche per me. È la mia via di fuga, il luogo in cui posso esprimermi senza stereotipi, aspettative o limiti."
La stessa logica istintiva guida anche l’approccio curatoriale di Frank al progetto. Non ci sono slogan da imporre né definizioni rigide da difendere. Le decisioni nascono dalla risposta, più che dalla strategia, testate prima interiormente e poi collettivamente, sulla pista.
"Onestamente, non seguo regole rigide. È soprattutto una questione di gusto e istinto, sia nella musica che nei visual. Se qualcosa mi dà subito quella sensazione, a livello emotivo e sonoro, so che appartiene a Crunch. Quando si tratta di demo, il primo filtro è sempre personale. Mi parla? Ha carattere? Poi c’è il club. Testo continuamente le tracce, le suono nei miei set, sento come si inseriscono e, soprattutto, osservo la reazione delle persone. Capisci subito quando un disco ha una vera energia, non solo hype, ma una certa tensione, groove ed emozione che catturano il dancefloor."
Le line-up seguono lo stesso ragionamento. Equilibrio prima della gerarchia. Familiarità accanto alla scoperta. Chimica prima del profilo. L’obiettivo è la coerenza, non la scala.
"Per le line-up il processo è simile. Cerco sempre di creare una selezione bilanciata, formata da artisti con cui le persone possano entrare subito in sintonia, ma anche spazio per la scoperta. Amo sperimentare e dare opportunità a nuovi producer e nomi freschi, soprattutto ad artisti che sento allineati con me sia musicalmente che umanamente. Crunch non riguarda il booking di grandi nomi a caso, ma la costruzione di una line-up che sembri vera."
Questa sensibilità verso il flusso affonda le radici in anni di residenze, dove i set si impara a guardare i set come narrazioni più che come dichiarazioni. Il suono di Frank riflette questo percorso, muovendosi gradualmente, senza fissarsi mai su un solo registro.
"Lavorare come resident DJ mi ha insegnato a raccontare una storia attraverso un set, dal warm-up al main slot, e a leggere la pista in ogni fase. Per questo il mio suono si muove naturalmente tra diverse sfumature. Posso partire da un’atmosfera profonda e dubby e costruire lentamente qualcosa di più groovy ed energico. Ovunque io vada, cerco sempre di mantenere il groove. A volte passa dalle percussioni, altre dal basso, altre ancora da un loop, ma sono sempre alla ricerca di quel ritmo costante che tiene il set vivo e in movimento."
Vecchio e nuovo convivono senza nostalgia né gerarchie. Vinili degli anni Novanta e dei primi Duemila compaiono non come riferimenti, ma come texture, intrecciate con sistemi contemporanei.
"Amo anche fondere influenze old-school in questo flusso. Spesso mixo vinyl rippati degli anni ’90 e dei primi 2000 con tracce moderne. Quel contrasto aggiunge personalità e texture. Porta con sé un tocco grezzo e classico, ma mantiene tutto fresco e attuale su un grande impianto."
Quello che accade tra Frank Storm e il pubblico riguarda proprio un naturale e fluido allineamento. I suoi set non sembrano consegnati, quanto piuttosto negoziati, modellati in tempo reale da ciò che la stanza restituisce. Anni passati negli stessi booth, osservando le stesse piste svuotarsi e riempirsi, lo hanno allenato a restare aperto piuttosto che assertivo. L’obiettivo non è imporre una narrazione, ma restare abbastanza vicino alla pista da sentire quando vuole muoversi e in che direzione.
"Aver passato così tanti anni come resident DJ mi ha formato molto. Per questo non sono uno che prepara un set fisso in anticipo, anche perché non sai mai davvero che tipo di pubblico avrai davanti e come reagirà. Per me il punto centrale è restare connesso al dancefloor. Ovviamente arrivo sempre con una selezione musicale solida, e a volte la adatto in base al paese o al tipo di tour che sto facendo. Ogni luogo ha la sua energia. Ma una volta in booth, tutto diventa molto istintivo. Osservo continuamente la pista, percepisco l’umore, il movimento, l’intensità, e lascio che siano questi elementi a guidarmi. È un equilibrio. La preparazione sta nella musica che porto con me, ma il vero set nasce in tempo reale, momento per momento."
Questa sensibilità si approfondisce quando lo stesso ecosistema si ripete. Una residency elimina la novità e la sostituisce con l’aspettativa, chiedendo pazienza, memoria e fiducia. All’interno di Music On, Frank si ritrova a tornare più volte nello stesso contesto, ogni volta con una posta leggermente più alta. La continuità diventa una disciplina. I tempi si allungano. Le decisioni pesano di più.
"Per me è davvero un onore far parte del team Music On. Essere dentro questo progetto mi dà la possibilità di continuare a crescere come artista, ma anche di mettermi alla prova e suonare in contesti davvero unici. Mi ha aperto le porte di palchi di un altro livello. Penso, ad esempio, a Music On in Brasile, dove abbiamo suonato davanti a più di 17.000 persone. Momenti così ti cambiano. Alzano i tuoi standard, ti spingono a pensare in grande e ti fanno capire la responsabilità di costruire un viaggio musicale capace di reggere quell’energia. Sono incredibilmente grato alle persone dietro al progetto che hanno creduto in me e nel mio suono, permettendomi di suonare su palchi del genere. È una motivazione costante a dare il massimo e a continuare a evolvermi, musicalmente e come performer."
Lontano da quelle stanze, la vita continua a muoversi. Gli aeroporti sostituiscono le routine. Gli hotel diventano ancore temporanee. Per Frank, questo movimento non è una distrazione, ma una fonte di texture, qualcosa che rientra nel modo in cui ascolta e costruisce la musica. Ogni luogo lascia un residuo.
"In realtà lo amo, perché sono sempre stato una persona che ama viaggiare, scoprire nuovi luoghi, incontrare nuove persone ed entrare in contatto con culture diverse. Questo movimento costante mi ispira molto, anche in studio. Ogni città ha la sua energia, e a volte quell’energia influenza il modo in cui penso alla musica, al groove e all’atmosfera. Ovviamente vivere così ha anche le sue difficoltà. Avere una vera routine è molto complicato, e ci sono periodi in cui il riposo è minimo. Sei sempre tra aeroporti, hotel, soundcheck e notti lunghe. Può essere intenso. Ma alla fine ti guardi intorno e capisci che stai facendo ciò che ami davvero. Stai vivendo il tuo sogno. Quindi anche quando è stancante, non diventa mai pesante, perché sai di essere esattamente dove dovresti essere."
Ciò che definisce davvero Frank Storm è l’attenzione. Verso le stanze. Verso le persone. Verso i propri limiti. Parla della crescita come qualcosa da maneggiare con cura, se deve durare nel tempo. Che descriva lunghe notti on the road, ore lente in studio o il peso di salire ancora e ancora sullo stesso booth, il suo linguaggio resta radicato. C’è ambizione, ma è silenziosa. Direzionata verso la costruzione di spazi coerenti, generosi e vivi, piuttosto che di momenti destinati a bruciarsi in fretta.
Frank non sta inseguendo una nuova versione di sé. Sta affinando quella con cui già convive. Crunch continua a evolversi, i club cambiano, il ritmo oscilla tra movimento e pausa. In tutto questo, lui resta vicino al lavoro, fidandosi dell’istinto senza rinunciare alla responsabilità. Il risultato non è una destinazione, ma un ritmo. Uno che invita le persone a entrare e concede loro il tempo di restare.
