Giorgio Gigli: raccontare la musica
Il 5 luglio Giorgio Gigli farà gli onori di casa prima di Theo Parrish per il party by Mixmag Italia e Invincible nell'incredibile cornice di Spazio Cavea. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con lui.
Esiste una certa idea della techno, oggi prevalente, che sembra aver rimosso la durata. Pretende l'istante: il drop, l'impatto, la folgorazione. In questo frastuono di fondo, Giorgio Gigli ha sempre imboccato la direzione parallela, vestendo i panni di quel DJ che accende la macchina del tempo nel momento in cui gli altri hanno già esaurito la carica, di chi sa dominare gli orari di confine, le zone liminali tra la luce e il buio, e la trasforma in racconto. Per Giorgio la musica non è mai stata un colpo allo sterno, ma piuttosto un'architettura lenta, che avanza con il passo di chi attraversa un paesaggio spoglio. I suoi set assomigliano a narrazioni di lunga durata: se ne salti un capitolo, il senso dell'insieme ti sfugge.
Da anni, Giorgio Gigli esplora i margini. Nelle sue release – basti pensare a "The Right Place Where Not To Be" – ha immaginato una Terra successiva all'uomo, abitata da sole piante e minerali, quasi che l'estinzione della nostra specie potesse configurarsi non come catastrofe ma come liberazione, una possibilità di rimarginatura per il pianeta. Eppure, nella sua musica non s'insinua mai alcun nichilismo. C'è, al contrario, una forma di romanticismo oscuro, una malinconia che non implora pietà ma reclama ascolto. E c'è una coerenza non comune: quella di un artista che ha appreso dai maestri della vecchia scuola romana (Lory D, Leo Anibaldi, Paolo Zerletti) l'arte di guardare oltre le mode, oltre le tassonomie, oltre l'orizzonte delle aspettative.
Il prossimo 5 luglio, Giorgio Gigli porterà questa visione a Roma, allo Spazio Cavea, dove Invincible e Mixmag Italia presenteranno il loro primo evento insieme. Accanto a lui in lineup Theo Parrish, uno di quei DJ che ha fatto dell'intensità e della narrativa musicale un'ossessione, capace di intrecciare house, jazz, soul e techno andando ben coltre le logiche comuni. Due artisti che non si somigliano nei generi, ma si riconoscono nelle intenzioni. Due modi diversi e complementari di abitare il medesimo spazio: l'uno ad aprire il crepuscolo, l'altro a farlo deflagrare.
Abbiamo fatto una lunga chiacchierata con Giorgio Gigli in attesa del 5 luglio, raccogliendo i frammenti di un pensiero che giunge da lontano e che forse può aiutarci a intendere perché ancora oggi, in un mondo che accelera senza sosta, qualcuno scelga di rallentare e di concederci l'ingresso nella propria stanza.
Il 5 luglio suonerai a Spazio Cavea per Invincible + Mixmag Italia. Parliamo di quella che probabilmente sarà la tua "ora blu": quella fascia di passaggio che non è né giorno né notte, un crepuscolo sonoro che molti DJ temono perché richiede coraggio. Tu, invece, hai sempre abitato le zone liminali, i margini, i vuoti. Cosa significa per te essere l'artista che accende la macchina del tempo, che costruisce l'atmosfera prima che la notte esploda? Come vivi questa responsabilità?
Per me il warm-up non è mai stato un compito secondario. Anzi, è probabilmente il momento che amo di più.
C’è qualcosa di profondamente umano in quell’ora sospesa, quando le persone stanno arrivando, il sole non se n’è ancora andato del tutto e la notte non ha ancora deciso di prendere il controllo. È uno spazio fragile, delicato, dove non devi conquistare nessuno ma accompagnare tutti verso qualcosa che ancora non esiste.
Ho sempre sentito di appartenere a quei momenti. Nei festival e nei club, il peak time ha una sua funzione precisa, una sua energia inevitabile. Ma nelle aperture esiste una libertà rara: puoi raccontare storie più lunghe, più profonde, più misteriose. Puoi suonare musica che forse non troverebbe spazio più tardi, puoi permetterti il silenzio tra i suoni, la tensione, l’attesa.
Mi piace pensare al warm-up come alla costruzione delle fondamenta invisibili di una casa. Quasi nessuno le vede, ma senza di loro nulla potrebbe stare in piedi. È un lavoro fatto di dettagli, intuizioni e ascolto. Devi leggere lo spazio, la luce, l’aria, le persone che entrano una alla volta e iniziare lentamente a cucire tutto insieme.
Non vivo questa responsabilità come un peso. La vivo come un privilegio. Perché in quel preciso momento hai la possibilità di orientare il viaggio, di suggerire una direzione emotiva prima che l’energia collettiva prenda il sopravvento.
Forse è anche per questo che mi sono sempre sentito vicino ai margini, alle zone di passaggio, ai territori indefiniti. Sono luoghi in cui la musica può ancora sorprendere, dove non è obbligata a dimostrare nulla. E spesso è proprio lì, tra il giorno che finisce e la notte che comincia, che riesco a sentire più chiaramente il motivo per cui ho iniziato a mettere dischi tanti anni fa.
Nel tuo album "The right place where not to be", già nel 2015 immaginavi una Terra post-umana, dove sopravvivono solo piante e minerali. Questa fascinazione per l'apocalisse l’ho interpretata quasi come una liberazione dall'umano… un po’ come un dancefloor ;) Cosa ti attrae, a livello emotivo e creativo, nell'immaginare un mondo così?
“The Right Place Where Not To Be” è stato probabilmente il lavoro più lungo, complesso e personale che abbia mai realizzato. Ho impiegato oltre tre anni per scriverlo e produrlo, e durante quel tempo è diventato quasi un luogo mentale in cui rifugiarmi più che un semplice album.
Non l’ho mai immaginato come una celebrazione dell’apocalisse. Al contrario, era una riflessione profondamente romantica sulla fragilità del nostro passaggio sulla Terra. Mi sono chiesto spesso cosa rimarrebbe dopo di noi, cosa continuerebbe a esistere quando il rumore dell’umanità si sarà finalmente spento.
Nella mia visione, non sopravvivevano monumenti, tecnologie o conquiste. Sopravvivevano le piante, le rocce, il vento, l’acqua. Tutto ciò che era qui prima di noi e che probabilmente sarà qui anche dopo. C’è qualcosa di straordinariamente poetico in questa idea. La natura non ha bisogno dell’essere umano per esistere, mentre noi abbiamo bisogno di lei per ogni singolo respiro.
Forse ciò che mi attrae emotivamente di quel mondo distopico è proprio questo paradosso: la fine dell’uomo non come trionfo della distruzione, ma come possibilità di guarigione. Un pianeta che lentamente ricuce le proprie ferite, che si riappropria dei suoi spazi, che torna a crescere sopra le cicatrici lasciate da una specie che troppo spesso ha confuso il possesso con l’appartenenza.
Ho sempre avuto la sensazione che la Terra sia stata violentata dall’essere umano. Abbiamo trasformato quasi tutto in una risorsa da sfruttare, in qualcosa da consumare, dimenticando di essere parte dello stesso organismo che ci ospita. L’album nasce anche da questo disagio, da questa malinconia.
Ma sotto la superficie di quel racconto non c’è rabbia. C’è soprattutto contemplazione. C’è il desiderio di osservare un mondo che ritrova il proprio equilibrio attraverso il silenzio. Un mondo in cui la natura torna a essere protagonista e non sfondo.
In fondo, ogni traccia era una lettera d’amore alla Terra. Non alla Terra che abitiamo oggi, ma a quella che continua ostinatamente a vivere nonostante tutto ciò che le abbiamo fatto. Una Terra ferita, violentata dall’essere umano, ma ancora capace di generare bellezza. Forse più della nostra stessa specie.
Tu paragoni l'ascolto di un tuo set alla lettura di un libro: saltare un capitolo significa perdere il senso della storia. Oggi, con la cultura dello skip e dei frammenti, fare un DJ set di ore è un atto politico. È una forma di resistenza alla gratificazione istantanea. Come vivi questa contrapposizione? Senti il bisogno di "rieducare" l'ascolto o cerchi semplicemente un pubblico che è già affine a questo linguaggio?
Per me i dischi sono sempre stati molto simili ai libri. Non li ho mai considerati semplicemente una sequenza di tracce o di suoni, ma dei racconti da attraversare. Per questo mi viene naturale dire che la musica si legge. Si legge con il corpo, con la memoria, con le emozioni.
Quando ascoltiamo una musica che ci colpisce davvero, non stiamo soltanto ascoltando delle frequenze. Stiamo ricevendo parole che spesso non sono state pronunciate. Ci sono dischi che riescono a raccontare una storia, un sentimento o un paesaggio interiore con una precisione che a volte il linguaggio non possiede.
È vero, viviamo in un'epoca in cui tutto sembra dover essere immediato, consumato e sostituito velocemente. Ma non sento il bisogno di oppormi a questo fenomeno come se dovessi educare qualcuno. Non mi interessa insegnare alle persone come ascoltare la musica, né cercare un pubblico già preparato a comprenderla.
Quello che mi interessa è l'emozione.
Mi piace pensare che chi viene ad ascoltare un mio set possa lasciarsi andare senza aspettative, indipendentemente dalla propria conoscenza musicale. La prima cosa che desidero è che le persone si divertano. Ma subito dopo spero che accada qualcosa di più sottile e profondo: che si emozionino.
Un DJ set, per come lo vivo io, non è una dimostrazione di conoscenza o di tecnica. È un viaggio condiviso. E come ogni viaggio ha bisogno del suo tempo. Ci sono capitoli che preparano quelli successivi, ci sono momenti di tensione, di silenzio, di sorpresa e di liberazione. Se una storia funziona davvero, non importa quanto sia lunga: a un certo punto smetti di guardare l'orologio e inizi semplicemente a viverla.
È lì che nasce la magia che continuo a cercare dopo tutti questi anni. Non nell'educare qualcuno, ma nel creare uno spazio in cui persone diverse possano ritrovarsi, ballare, emozionarsi e, per qualche ora, sentirsi parte della stessa storia.
Nelle tue produzioni tornano spesso, soprattutto attraverso i titoli, i concetti di vuoti, trappole, droni e melodie dilatate che diventano ritmiche sofisticate. È un processo quasi alchemico. Quando sei in studio, questo "vuoto" è un punto di partenza da riempire o una presenza costante che cerchi di scolpire e modellare? Il silenzio, per te, è assenza o una materia prima con un suo peso specifico?
“All research into sound must conclude with silence"
R. Murray
In una vecchia intervista hai citato Lynch e von Trier tra i tuoi registi preferiti. La tua musica spesso ha richiami cinematografici e carichi di atmosfera. Come fai convivere il cinema e le rappresentazioni figurative nella tua musica?
Per me la musica non è mai nata soltanto dalla musica. Anzi, spesso le sue radici affondano altrove.
Il cinema ha avuto un ruolo fondamentale nel mio immaginario. Registi come David Lynch, Lars von Trier e Andrej Tarkovskij mi hanno insegnato che non tutto deve essere spiegato per essere compreso. Esistono emozioni che vivono nell'ambiguità, nel mistero, nei silenzi. Molte delle atmosfere che cerco nella mia musica nascono proprio da lì: da immagini che restano sospese, da domande che non cercano necessariamente una risposta.
Ma se dovessi indicare una delle fonti di ispirazione più profonde degli ultimi anni, probabilmente parlerei di Brit Marling. Film come Another Earth e I Origins hanno toccato qualcosa di molto intimo dentro di me. C'è una sensibilità rara nel suo modo di raccontare il rapporto tra scienza, spiritualità, identità e destino. Sono opere che sembrano sussurrarti delle domande invece di offrirti delle risposte. E credo che anche la mia musica, in fondo, abbia sempre cercato di fare la stessa cosa.
Tuttavia sarebbe riduttivo dire che la mia musica è figlia soltanto del cinema. Se guardo davvero al mio percorso, credo che l'architettura e la filosofia abbiano inciso ancora più profondamente sul modo in cui penso il suono.
L'architettura mi ha insegnato a considerare la musica come uno spazio da abitare. Non penso alle tracce come a semplici composizioni, ma come a luoghi emotivi nei quali entrare e perdersi. In questo senso il percorso di Superstudio è stato una fonte di ispirazione enorme. La loro capacità di immaginare mondi alternativi, di mettere in discussione il concetto stesso di spazio e di proporre visioni utopiche e distopiche ha influenzato profondamente il mio modo di costruire paesaggi sonori. Molti dei miei lavori nascono proprio da questo desiderio: creare architetture invisibili fatte di frequenze, ombre e memoria.
E poi c'è la filosofia. In particolare Jean-Paul Sartre. Ho sempre trovato affascinante la sua riflessione sull'esistenza, sulla libertà e sul significato che ciascuno di noi è costretto a dare alla propria presenza nel mondo. Credo che una parte della mia musica sia sempre stata una ricerca attorno a queste domande. Non una ricerca intellettuale, ma profondamente umana.
Forse è per questo che quando compongo non penso mai a una traccia come a un oggetto. Penso a un paesaggio. A una scena che non è ancora stata girata. A un edificio impossibile. A una domanda filosofica lasciata aperta nel cuore della notte.
La musica, per me, è il punto d'incontro tra tutte queste discipline. È il luogo in cui il cinema diventa suono, l'architettura diventa emozione e la filosofia diventa esperienza. Ed è probabilmente in quel territorio sospeso, tra ciò che possiamo comprendere e ciò che possiamo soltanto sentire, che continuo ancora oggi a cercare la mia voce.
Il tuo suono arriva da lontano, dai primi rave romane di Lory D e Leo Anibaldi. La scena techno italiana è sempre stata fertile, ma forse poco raccontata all'estero nella sua complessità. Cosa c'è di specificatamente "romano" nella tua visione? Non parlo di suoni folkloristici, ma di un'attitudine, di un modo di vivere lo spazio e il tempo che poi si riversa nella tua musica.
Credo che nella mia musica ci sia Roma, ma non nel senso più evidente del termine. Non ci sono riferimenti folkloristici, né un tentativo consapevole di rappresentare una città attraverso dei suoni.
Quello che esiste, invece, è un’eredità molto più profonda.
Quando ero giovane ho avuto la fortuna di crescere in un contesto musicale straordinario. Le sonorità di artisti come Leo Anibaldi, Lory D e Paolo Zerletti erano ovunque attorno a me. Le ascoltavo, le vivevo, le assorbivo senza rendermene conto. Come una spugna che si impregna lentamente d’acqua senza sapere quanto ne stia trattenendo.
Per molti anni ho inseguito una ricerca personale, cercando qualcosa che sentissi davvero mio. E quando finalmente ho iniziato a riconoscere un’identità precisa nel mio suono, ho capito una cosa molto semplice: nulla nasce dal nulla.
Quello che consideravo il mio linguaggio era in realtà il risultato di tutto ciò che avevo assorbito nel tempo. Era come se, dopo anni, avessi finalmente strizzato quella spugna intrisa di emozioni, esperienze e ascolti. E dentro c’era inevitabilmente una parte di quelle visioni musicali che mi avevano formato.
Forse ciò che sento di più “romano” non è un’estetica sonora, ma un’attitudine. Una certa libertà nel pensare la musica. Una predisposizione a esplorare territori sconosciuti senza preoccuparsi troppo delle regole o delle categorie. La volontà di cercare qualcosa che ancora non esiste, anche a costo di perdersi.
Quello che ho sempre ammirato in artisti come Leo, Lory e Paolo è il coraggio di guardare oltre. Non seguivano una direzione: la stavano creando. E credo che, inconsapevolmente, abbiano trasmesso questa lezione a un’intera generazione.
La mia musica nasce da lì. Da una ricerca che continua ancora oggi e che, in fondo, va oltre le mie stesse conoscenze. Perché ogni volta che compongo ho la sensazione di inseguire qualcosa che conosco solo in parte. Qualcosa che appartiene al mio passato, ma che continua a rivelarsi nel presente.
E forse il lato più romantico di tutto questo è proprio questo: capire che la propria voce non è mai soltanto propria. È la somma di tutti gli incontri, di tutti gli ascolti e di tutte le persone che, spesso senza saperlo, hanno lasciato una traccia dentro di noi.
La serata del 5 luglio è pensata per restituire alla musica elettronica la sua dimensione più autentica, quella del tempo lungo e degli spazi liberi. Theo Parrish è un artista che ha sempre costruito i suoi set su questa stessa filosofia, mescolando house, jazz, soul e techno in un racconto unico. La connessione tra le vostre visioni è piuttosto immediata per chi vi segue e ammira da tanto. Cosa rappresenta per te questa condivisione ideale? E in che modo senti che la tua musica e la sua possano dialogare
Credo che la musica inizi davvero a dialogare quando smette di essere un genere e torna a essere un’emozione.
Spesso si parla di affinità musicali attraverso gli stili, le influenze o le tecniche, ma per me la connessione più autentica nasce da qualcosa di molto più umano: la passione, il sentimentalismo, il romanticismo. È lì che la musica trova il suo linguaggio universale.
Conosco e ammiro il percorso di Theo Parrish da molti anni. Non so se lui sappia chi sono io, e sinceramente penso che non è questo che conta davvero.
Quello che mi interessa è che esista una visione comune del fare musica. Una visione in cui il tempo non è un ostacolo ma uno strumento. In cui un set non è una successione di tracce ma un racconto. In cui l’obiettivo non è impressionare qualcuno, ma accompagnarlo da qualche parte.
Mi piace pensare che le nostre musiche possano dialogare non perché si assomigliano, ma perché condividono la stessa intenzione emotiva. Entrambe cercano di lasciare spazio all’imprevisto, alla fragilità, alla bellezza delle cose che non possono essere spiegate completamente.
Alla fine, per me, la musica è sempre stata una creatura viva. Qualcosa da proteggere, da accudire, da stringere forte. Quasi come una figlia alla quale voler bene ogni giorno. E quando la tratti così, smette di appartenerti. Diventa un ponte tra le persone.
È questo che mi emoziona pensando al 5 luglio. Non la possibilità di condividere una line-up, ma quella di condividere un momento. Un frammento di tempo in cui persone diverse si ritrovano nello stesso luogo per provare qualcosa insieme.
Se quella sera riusciremo a far nascere anche una sola emozione sincera, un ricordo destinato a rimanere nel tempo, allora la musica avrà fatto ancora una volta il suo lavoro. E, in fondo, è l’unica cosa che ho sempre desiderato da lei.
