Houghton 2026 visto dal dancefloor
Vi raccontiamo perché questa edizione di Houghton è stata l'edizione dalle donne secondo noi.
In queste due settimane post-Houghton Festival abbiamo letto e sentito di tutto a riguardo: polvere, outfit degli artisti, food, crowd troppo assente o troppo presente, ma praticamente nulla sulla musica. Il che è strano, perché fin dalla prima edizione Houghton era conosciuto per la cura della direzione artistica e per gli abitanti che animavano i loro stage e rendevano quel festival una vera e propria comunità di amanti della musica.
Quest'anno non è sicuramente mancato tutto questo, ma l'obiettivo sembra essersi spostato su altri aspetti post-festival, che francamente fanno pensare che forse la musica non sia più la protagonista. Ma è davvero così?
Commenti a parte, l'esperienza è stata come sempre una delle migliori che offre l'Europa: dalla curatela agli allestimenti, tutto a Houghton è creato per sembrare il paese dei balocchi, senza però farti dimenticare che sei te stesso contro te stesso: una prova di sopravvivenza dettata dall'amore per la musica e il saper stare in un'eccentrica comunità.
A mio avviso ciò che quest'anno ha rispecchiato al meglio questa filosofia sono state le molteplici performance delle DJ donne, che hanno definito l'anima dell'edizione 2026. Inutile dire che il modo in cui le artiste leggono la pista, la fanno loro, la ipnotizzano e la tengono appesa è, generalmente, dettato da una sensibilità intrinseca in ognuna di loro: istinti primordiali che legano indiscutibilmente il sesso a un certo modo di abitare una certa comunità e restituirle delle determinate emozioni.
Ciò, badate bene, non significa che i DJ uomini non abbiano sensibilità o vivano il dancefloor in un altro modo, semplicemente credo che una volta ogni tanto vada tenuta in considerazione la capacità di prendersi cura del pubblico che spesso le donne più degli uomini dimostrano di avere. Abbiamo quindi deciso di raccontarvi alcuni dei set che crediamo siano memorabili per questa edizione di Houghton, senza nulla a togliere a tutti quelli che non sono stati citati. L'ecosistema del festival di Norfolk è senza ombra di dubbio uno dei migliori luoghi dove scoprire e ascoltare musica, indipendentemente dal genere proposto e dal sesso di chi la suona, quindi il nostro invito vuole essere sempre quello di andare e vivere.
Di seguito, in questo articolo, non troverete foto o video delle artiste che nomineremo, se non degli stage in cui hanno suonato o delle performance visive a cui hanno dato vita. Crediamo fermamente che Houghton vada vissuto piuttosto che documentato, e vorremmo provare a farvelo rivivere attraverso il racconto di chi c'era e qualche set registrato proprio sotto quelle fronde durante le edizioni precedenti.
Melina Serser
Da ormai innumerevoli edizioni la sua musica la proclama madre della selva di Houghton, rendendo il suo set ad Outburst tra i più attesi di tutto il weekend.
La precisione di Melina Serser è quella di una spada, una delicatezza sublime nel costruire un racconto stratificato di dettagli: pad squamosi, sub intensi che caratterizzano una cassa drittissima quasi sempre in 4/4, che irradiano allo stesso tempo potenza e calore. In quel set, costruito con calma e amore da mezzogiorno alle 16 di sabato pomeriggio, ha raccontato la sua visione al 100%: zero fronzoli e nessuna indicazione da seguire, se non quella data dalla sua musica.
Sorpresa finale è stato il b2b con John Talabot a chiudere il festival al Terminus: una chiacchierata tra amici di lunga data che si è tramutata in un regalo sonoro per tutti i presenti in quel dancefloor. Quelli sono i tipi di set che ti si annidano sotto l'epidermide, insegnandoti sempre nuovi modi di approcciare e condividere la musica.
Adi
Il Quarry ha finalmente riaperto la sua cava quest'anno e Adi ci ha piantato la sua bandierina. Parola d'ordine: ENERGIA. La sua padronanza della consolle è unica, racconta la sua musica con uno stile giocoso, ma mai bambinesco: controllo, ordine e groove sono all'ordine del giorno nei suoi set.
Venerdì pomeriggio, dalle 17:30 alle 20, il Quarry si è incendiato in un miscuglio di generi, creando una scia unica tra progressive trance, house, breakbeat, deep techno.
Capire la sua musica significa anche capire perché si sta abitando uno spazio condiviso che richiede un'attenzione particolare: non siamo solo lì per ballare o sorriderci, stiamo creando qualcosa che rimarrà impresso in ognuno di noi e sarà per sempre parte del nostro vissuto e del nostro modo di stare nel mondo. Adi, con la sua energia e la sua selezione di altissima qualità, insegna esattamente questo (probabilmente senza neanche esserne cosciente): abitare il momento e trarne qualcosa di importante per ognuno di noi.
Paquita Gordon B2B Jane Fitz
Cosa succede quando una sciamana e una maga si incontrato sotto una tenda in mezzo a un bosco? Spiegarlo a parole sarebbe riduttivo, ma forse vi basta immaginare un'inaspettata Paquita Gordon che lancia missili deep-house, sognanti e eterei, dalle 9 alle 11 di sabato mattina allo Stallion insieme alla meticolosità groovy e chirurgica di Jane Fitz.
Dopo le infinite discussioni che hanno arieggiato tutta questa edizione in seguito al post di Jane che invitava la crowd a godersi i dancefloor e a non chiacchierare troppo in pista, quel b2b mattutino ha definitivamente messo a tacere tutti. Poche discussioni: quando la musica è bella, la pista balla! E così è stato.
Un set inaspettato, che ha switchato completamente il mood del festival, svestendolo del mantello minimal del venerdì notte e regalandoci un dialogo aperto tra due maestre della console: autenticità e ricerca hanno prevalso il set, e anche un'inaspettata delicatezza raccontata da synth tipici dell'house progressiva e della trance.
Jade Seattle
Classe ed eleganza al Terminus sabato sera tra le 20 e le 22. L'inimitabile tocco british di Jade Seattle ci ha accompagnati in un tramonto indimenticabile. Non è semplice saper stare in un contesto come il Terminus senza la pretesa di dover "spaccare", soprattutto quando chiunque si aspetta una determinata musica per quello stage. La vera classe sta nello scomporre e ricostruire da zero questa aspettativa del pubblico, regalandogli qualcosa di ben superiore al classico set con i disconi: una fiaba da ballare e da raccontare a chi non c'è stato. Micro-house, UK house, deep house, una spolveratina di minimal ma mai gelida, sempre con groove e infusioni late 90s che sanno esattamente come ipnotizzarti, portandoti a vivere la terza notte del festival.
La maestria di una DJ che dal giorno zero ha saputo vivere la sua vita senza limiti di imposizioni, dedicandosi a pieno alle sue passioni, la musica, l'insegnamento e la famiglia. Un vero e proprio esempio di come la famigerata club culture possa andare ben oltre le mura dei club e integrarsi al 100% nella vita di chi ci mette costanza e amore in ciò che fa.
Maybe Laura
L'Armadillo è una delle ultime creazioni di Craig, stage apparso due edizioni fa in mezzo al bosco e ideato come un vero e proprio armadillo, il cui corpo è una cassa di risonanza in legno chiaro, in netto contrasto con le fronde e i tronchi scuri che caratterizzano il parco di Houghton. Lì Maybe Laura, tra le 17 e le 19 di sabato, ha trovato il suo spazio per comunicare con un pubblico attento e predisposto all'ascolto della sua inimitabile ambient - anche se, a dirla tutta, ambient è un po' riduttivo. Downtempo, field recordings, experimental: tutto il fascino di quell'universo caratterizzato da una ricerca infinita che si sposta oltre i classici confini a cui siamo abituati.
A mio avviso è una vera e propria dote quella di sapere catturare un pubblico a tratti esigente come quello di Houghton con un set sperimentale del genere, soprattutto durante il sabato pomeriggio. È stato allo stesso tempo una sorpresa e un piacere vedere le panchette e i tronchi di fronte all'armadillo completamente pieni di gente, seduti lì ad assaporarsi quel viaggio fiabesco di due ore. Chapeaux!
Insa Visual con Harry McCanna
Nonostante la musica dovrebbe essere la protagonista di Houghton, si sa che il festival non è solo questo. Insa Visual con il suo spettacolare live act all'Orchard sabato sera, accompagnata dal set ambient di Harry McCanna, ha dimostrato esattamente questo.
Una tavoletta per proiettare sulla cupola dello stage, tantissimi acquerelli, una macchina per le bolle, dei contagocce, un'infinita sensibilità per i dettagli dei dischi suonati da Harry e la capacità di dipingere il cielo di colori spettacolari, mescolati perfettamente con le linee guida della musica. Uno spettacolo raro e speciale, che ha permesso a ognuno di noi di goderci un pit stop di un'ora nel mondo incantato di Insa.
Girovagando su vari siti e pagine social, sembra che questa edizione di Houghton abbia lasciato, forse più che mai, con tanti interrogativi e questioni aperte sul tavolo. Se si guarda il tutto da una prospettiva più positivista e meno pretenziosa, credo sia di comune accordo che il festival di Norfolk rimane uno dei luoghi migliori per imparare ad ascoltare la musica nella sua integrità e purezza, portandosi a casa la consapevolezza che quando è buona, non ha bisogno di etichette né di gerarchie. E se in questa edizione a brillare sono state soprattutto le donne, forse non è un caso, ma il segno di un cambiamento che Houghton, con la sua visione, ha saputo accogliere meglio di altri.
