Intervista a Laurine: la fisica dell'autenticità
Tra etica, istinto e cura della community, Laurine racconta il suo modo di abitare la musica elettronica come spazio di resistenza, evoluzione lenta e connessione reale. Un dialogo sulla forza dell’autenticità in un tempo che corre troppo in fretta.
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La densità di un campo magnetico dipende dall’intensità della forza che lo genera. È un’equazione della fisica semplice, quasi ingenua, che spiega come alcune energie orientino tutto ciò che le circonda in modo inconscio, quasi senza volerlo.
Nelle traiettorie della musica non è semplice trovare artisti che rispondano alle regole del campo magnetico. Spesso c’è un gran fervore dietro i movimenti, i collettivi, i club. E, ancora più spesso, dietro il gran fervore c’è un’idea stantia di necessità di apparire, di portare la propria arte a un piano diverso, solo per il bisogno di mostrare qualcosa a qualcuno.
La forza di Laurine sta proprio qui: in un’autenticità spontanea che non si è mai realmente posta di essere qualcosa o qualcuno, se non un’artista che porta la sua idea di musica e di community ogni volta che sale in console o organizza uno Slow Life con la sua famiglia di artisti, come è successo l’ultimo weekend di novembre a Berlino, dentro la barca di Hoppetosse.
Prendersi cura della sua musica e di tutto ciò che ci ha orbitato intorno in questi anni, sembra essere per Laurine la missione che ha nutrito non solo la sua carriera, ma tutta la sua vita.
La concentrazione che guida la sua scelta musicale parla di una passione profondamente radicata nel suo istinto, che lascia sempre spazio, però, a una visione che vuole spingersi oltre i propri limiti. E, in un panorama musicale in cui la comfort zone sembra essere la forma più immediata per arrivare al pubblico (e per ricavarci qualcosa), questa costante voglia di evolversi genera proprio quella forza del campo magnetico di cui si parlava qualche riga più su. Non fraintendetemi, però, Laurine non innesca solo energie in modo inconscio e senza volerlo. Qualsiasi forma di espressione artistica richiede duro lavoro, anni e anni di prove e setup per trovare la propria direzione, la propria voce in un mare in tempesta che a volte vuole solo ricordarti quanto sei disposto a resistere.
E cos’è l’arte, se non la nostra - forse ultima - forma di resistenza?
Ce lo siamo fatti raccontare direttamente da lei.
Iniziamo da qualcosa di semplice, ma fondamentale. Come stai? Come stai vivendo questo periodo della tua vita?
Ciao Ale, questo periodo è segnato da una grande tranquillità, una sensazione abbastanza rara per me, dato che finora la mia vita è sempre stata caratterizzata dalla frenesia. Mi sento in forze, lucida e centrata, e questo mi dà la possibilità di osservarmi e lavorare a un livello interiore molto profondo. Devo dire che ci sto prendendo gusto.
L’ultimo weekend di novembre si è tenuta la classica riunione di famiglia a Hoppetosse (forse dovremmo dire “a casa”? Ti va di raccontarci un po’ come si è evoluto negli ultimi anni Slow Life e quali sono gli obiettivi per il futuro?
Ecco, parlando di tranquillità… ogni tanto serve anche un pizzico di sana “locura”, e infatti sono ancora senza voce!
Il concept dietro Slow Life sembra essere il riflesso di ciò che vorresti e vorreste vedere nel mondo: energia positiva, senso di appartenenza a una comunità fondata sul rispetto e una felicità consapevole, da cui ne deriva una gratitudine costante, sia vostra sia di chi vi segue. In un mondo in cui i numeri contano più della qualità, voi avete sempre risposto con autenticità. Come vedi la scena oggi, in termini di autenticità ed evoluzione.
Intanto grazie, sei riuscita a esprimere con grande chiarezza e sensibilità un concetto complesso, riuscendo a rappresentarci in pieno. Per quanto riguarda la tua domanda, direi che il momento in cui si trova la scena oggi fa parte di quel continuo ciclo di cambiamento che caratterizza tutto nella vita: ci sono fasi buone e fasi meno buone, ma è proprio grazie a quelle più difficili che impariamo a dare valore alle prime.
Al momento, per usare un eufemismo, direi che la situazione è un bel “regalino intestinale”. Però voglio pensare che sia solo un passaggio, una fase necessaria per tornare a riconoscere e apprezzare ciò che magari, in passato, davamo per scontato.
Ci sono stati altri momenti in cui le cose sembravano prendere una brutta piega, per esempio quando il vinile pareva destinato a scomparire con l’arrivo del Traktor, ma alla fine ciò che è vero, di sostanza e autentico, è sempre riuscito a sopravvivere e continuerà a farlo. È il resto a essere passeggero.
C’è stato un momento nello specifico, una sorta di turning point, in cui hai visto un cambiamento forte nell’attuale scena elettronica?
Sì, direi intorno al 2015, quando i social network hanno cominciato a occupare un ruolo sempre più centrale nelle nostre vite. Da lì, la scena ha iniziato a cambiare in fretta e, sotto molti aspetti, a peggiorare in modo esponenziale.
La cultura della musica elettronica nasce dalla sperimentazione e dalla necessità di una vasta varietà di subculture di sentirsi parte di qualcosa. Ritieni che questi paradigmi si riscontrino ancora nella scena attuale?
Certo, è nella natura umana il desiderio di sentirsi parte di qualcosa. Il clubbing, in questo senso, ha sempre avuto un potere unico: creare connessione. La differenza, però, sta nella consapevolezza: nello scegliere di appartenere a qualcosa di vero, fondato sulla sostanza e non sull’apparenza. Perché solo ciò che è vero riesce davvero a nutrire l’anima a lungo termine.
E, a proposito di anima, quella della tua musica, l’abbiamo detto, è da sempre nutrita da “dogmi” imprescindibili, senza andare però in contrasto con una ricerca costante. Ti va di parlarcene?
La ricerca costante va di pari passo con l’evoluzione, che è inevitabile e necessaria, ma se non è radicata in qualcosa di autentico rischia di perdere senso, o di portarti a evolvere nella direzione sbagliata. Per me, i “dogmi” sono proprio questo: un punto fermo nel continuo cambiamento, una bussola che mi guida mentre esploro nuove direzioni.
Uno dei miei dogmi principali è l’autenticità. Per me significa scegliere musica che rispecchi davvero quello che sento, senza inseguire mode o tendenze. È un percorso lungo arrivare a capire chi siamo veramente e quale musica ci rappresenti davvero; inoltre, tutto è in continuo cambiamento, quindi inevitabilmente si presenteranno momenti di confusione. Momenti che io accolgo sempre con gratitudine, perché senza crisi non c’è evoluzione.
Sulla base di quello che è oggi il mercato e - peggio mi sento - la società, a volte può essere dura mantenere l’ispirazione, ma nonostante la tua sensibilità a queste tematiche, sembri non perdere il focus su quello che per te è davvero importante. Da dove prendi queste energie?
In primis, da dentro. Sento un profondo senso etico in tutto quello che faccio, e ogni azione o decisione è accompagnata da un sentimento, un segnale viscerale che mi indica se è giusta o sbagliata, se è allineata con una frequenza elevata oppure no. È qualcosa di impossibile da ignorare e che gioca un ruolo fondamentale nel mantenere il focus. Allo stesso tempo, sono molto fortunata ad avere intorno a me persone che mi ispirano, che mi hanno aiutata a capire tante cose e a prendere coscienza, e soprattutto persone che condividono i miei stessi valori, con le quali posso confrontarmi, crescere e sostenerci a vicenda per restare fedeli a ciò che per noi è davvero importante.
In questi oltre vent’anni di carriera oggi c’è qualcosa che avresti voluto rimanesse uguale a quando hai iniziato a suonare? E qualcosa che invece è cambiato, ma non ti manca per niente?
Se parliamo della scena in generale, le cose che avrei voluto rimanessero uguali rispetto a quando ho cominciato sono molte, ma mi sono sforzata di sceglierne tre: l’assenza delle reti sociali, del sync button e la grande quantità di club esistenti. Le prime due sono state deleterie per ciò che il DJ dovrebbe rappresentare, per le skills necessarie (è come dover operare avendo solo giocato all'Allegro Chirurgo) e per il percorso di crescita, che richiedono tempo per maturare le capacità per potersi etichettare come DJ.
Il terzo, invece, riguarda il declino del clubbing ed è una delle cose che più mi intristisce. A quei tempi, parliamo di fine anni ’90 e inizi 2000, in Italia si poteva dire che alzavi una pietra e ci trovavi una discoteca. Le opzioni erano tantissime, e il bello era che ognuna di esse aveva una propria personalità musicale. Purtroppo oggi la situazione è l’opposto: i club sono quasi spariti, e i pochi rimasti fanno fatica ad andare avanti. Siamo nell’era dei festival, che possono essere esperienze fantastiche, però, a mio gusto, niente si compara alla connessione che si crea in un club, con poche luci e il booth allo stesso livello della gente.
La cosa che invece sono contenta sia cambiata è il modo di cercare musica. Ai tempi non avevo neanche un computer e potevo comprare dischi solo nel negozio locale, dove la scelta non era poi così vasta. Adesso, con piattaforme come Discogs, abbiamo a disposizione una biblioteca vastissima di musica, accessibile con un semplice click, e questo ha rappresentato un passaggio fondamentale nell’evoluzione del DJing.
Per quanto riguarda il mio percorso personale, invece, non c’è nulla che vorrei fosse rimasto uguale o che fosse cambiato. L’unica cosa, forse, è quell’innocenza che avevo quando ho iniziato a suonare. Ero più libera, meno strutturata, ma anche più ingenua nella mia proposta. Adesso tutto deve essere molto più meticoloso nei miei set: il flow, la selezione, il concetto che voglio esprimere.
Prima era tutto più istintivo, anche se a volte confuso, mentre oggi c’è una maggiore consapevolezza in ogni scelta, il che, però, comporta un senso più forte di responsabilità e autocritica.
A proposito di questo, cosa diresti alla Laurine alla sua prima gig a Barcellona, dove neanche voleva suonare?
Sarai sempre nervosa prima di suonare, fattene una ragione!!
Attualmente tu e Cecilio vi siete trasferiti, dopo quindici anni, da Berlino in Spagna. In che modo questo spostamento influisce sulla vostra musica?
La musica, o per lo meno come la vivo io, rispecchia una frequenza personale e unica che ognuno di noi ha dentro. Ogni volta che mi sono trasferita (dall’Italia a Barcellona, a Londra e da lì a Berlino) è stato perché qualcosa in me voleva cambiare, voleva andare avanti, ma il posto in cui ero non me lo permetteva. Spostarmi a Malaga è sorto per le stesse necessità: progredire. Ovviamente, quando uno evolve, produce un cambio interno importante, e questo, volente o nolente, si riflette sulla musica. È una cosa inconscia, ma poco a poco ti rendi conto che sei attratto da altri tipi di suoni e frequenze, e che certe cose che prima non risuonavano ora lo fanno. Questo mi ha stimolato molto, perché si aprono terreni nuovi da esplorare e concetti nuovi da proporre.
La costante ricerca di evoluzione nella musica - seppur slow e mai forzata - è ciò che ti ha mosso fin dagli inizi della tua carriera. Questo lo ritrovi in ogni aspetto della tua vita? O ci sono delle cose in cui ti piace “fermarti”?
Assolutamente, in ogni aspetto. E paradossalmente, a volte per andare avanti bisogna fermarsi. Se non ci fermiamo, non possiamo ascoltarci e capire qual è la strada giusta da prendere.
Regalati un augurio per il futuro.
Sii felice, sii in pace, e lascia che tutto il resto fluisca.
