Italiani Fuori #2: Gōdō
Manager nell'anima, DJ nel cuore, Andrea aka Gōdō è il riflesso di un appassionato selezionatore che, dopo aver vissuto in oltre nove paesi, oggi mette a disposizione di artisti e dancefloor il suo bagaglio culturale per creare mondi sonori influenzati da un mix di esperienze.
ENGLISH VERSION BELOW
VERSIÓN EN ESPAÑOL ABAJO
Dal 2012 Napoli non è più l'indirizzo di Andrea, in arte Gōdō, ma rimane la latitudine emotiva di una trasformazione che onora le origini con lo sguardo rivolto altrove. Da lì, negli anni, si è aperta una traiettoria non lineare, un movimento che non ha mai avuto l’urgenza della destinazione, ma piuttosto quella di una ricerca in costante evoluzione.
Nell'episodio numero 2 di Italiani Fuori ci siamo fatti raccontare da Andrea che cosa ha significato per lui vivere in nove paesi che negli anni hanno plasmato non solo la sua carriera professionale, ma anche e soprattutto quella artistica. Dalla Spagna all'Australia, passando - tra i tanti - per la Svizzera, Turchia e Portogallo, oggi Andrea è specchio di esperienze vissute a contatto con culture e mondi piuttosto diversi - ma forse neanche troppo - da quelli che lo hanno abitato fino ai primi vent'anni della sua vita.
La musica, in tutto questo, non è mai stata l'hobby laterale, ma il filo costante che l'ha spinto a rischiare, tramutatosi prima in una sorta di imprinting familiare, poi in ribellione adolescenziale e poi ancora in bussola. Club, festival, tour e connessioni create nella scena elettronica hanno portato Andrea a una decisione radicale, ma guidata dal cuore e dalla passione: trasformare quel richiamo in un progetto concreto, fondendo le sue capacità professionali in anni di management con la passione per la musica, dando origine a Forward Artist Management, un network di booking e non solo che oggi opera su scala internazionale.
Per entrare in contatto con la sua anima, abbiamo chiesto a Gōdō di regalarci un mixato che lo rappresentasse e che potesse portarci dentro i viaggi che l'hanno trapassato in questi anni. Il risultato è più di un'ora di musica densa e ipnotica, disponibile sul nostro canale SoundCloud. Forse “Italiani Fuori” significa anche questo: non essere lontani da casa, ma aver imparato a ridefinirla. E, nel suo caso, farla suonare ovunque.
Ciao Andrea e grazie per il tempo che hai deciso di dedicare a Mixmag Italia. Iniziamo: se sei qui è perché l’Italia non è casa tua da ormai diverso tempo…
Prima di tutto, grazie a te e a Mixmag Italia per la chiacchierata. Con tantissimi “Italiani Fuori” - ed ancor di più pensando a Barcellona ed i numerosissimi Italiani di grande spessore in questo campo che vi risiedono - essere chiamato a raccontare di me ed il mio percorso è un grande privilegio, oltre a provocarmi non poco imbarazzo, che non posso negare.
Si, è dal 2012 che l’Italia e Napoli non sono più casa. Sono stati gli studi a portarmi a vivere all’estero per la prima volta: al secondo anno d’università per il primo (di tanti) Erasmus, nella piccola Tarragona. Va da sé che, in realtà, questo significava trascorrere tanto tempo a Barcellona.
Pur essendo stata un’esperienza di soli sei mesi, dovendo tornare in Italia per finire gli studi triennali, sentivo che quello sarebbe stato solo l’inizio di un’incessante ricerca ed esplorazione. Anche se non avrei mai immaginato di accumulare tanti paesi, esperienze, e vere e proprie vite diverse. E certamente non sapevo che mi avrebbero portato, un giorno, ad occuparmi di quanto più mi riempie al mondo.
Attraversare Paesi e culture a volte è un modo per imparare a conoscersi e a esplorare lati di sé con cui non sempre si ha voglia di confrontarsi. Un po’ come con la musica, no?
Certamente, sono due percorsi di esplorazione non intuitivi, che nascono in modi e tempi opposti e che si intrecciano ripetutamente, in grado di prendere alla sprovvista un'infinità di volte.
Chiarisco cosa intendo: la musica, parlo in via generale, è un input inevitabilmente passivo nell’età più tenera, frutto del contesto familiare e della quotidianità che ci circondano. Questo bagaglio lo ritroviamo poi in adolescenza, quando la scoperta musicale parte dalla ricerca del familiare e, gradualmente, soltanto attraverso l’apertura al mondo ed alle nuove esperienze, si trasforma in una ricerca del sé. Un percorso che si evolve nel tempo, alimentato dagli incontri, dalle relazioni e dai nuovi stimoli generati dalle persone che scegliamo di avere - o ancor più spesso ci troviamo - accanto. E, ovviamente, dagli stessi viaggi, che subentrano invece come scelta consapevole e dalla curiosità: la voglia del nuovo, del diverso, che ci porta a misurarci col mondo, guardando dentro.
Nel mio caso, questi percorsi di esplorazione sono stati coesistenti e co-dipendenti: la musica è arrivata appunto da bambino, con mio padre, la sua chitarra e le infinite ore ascoltando la sua collezione di CD, primariamente di rock anni ‘60 e ‘70. Tutto ciò mi ha portato a studiare chitarra spagnola a 10 anni. Ma, proprio in adolescenza, ad allontanarmi da questa stessa familiarità per le conflittualità di quegli anni da teenager ribelle ed un maestro un po’ troppo severo: da lì l'allontanarsi dall’imposizione altrui e (ri)scoprirsi, gli interminabili pomeriggi su YouTube con l’hip-hop ed il basket americano, ed il primo approccio alla musica elettronica.
Ed è proprio la scoperta musicale, insieme alla volontà di guardare oltre e dimenticare l’instabilità emozionale di quegli anni a ricongiungersi con il viaggio: scrutavo continuamente siti web e calendari dei miei artisti preferiti, organizzandomi da solo prima a Roma, poi Milano e Londra in base ai loro tour - ed ovviamente ai miei pochi risparmi da ragazzino. Questo connubio sarà poi replicato costantemente da ventenne, diventando poi un meccanismo principale del mio vivere tuttora.
Nonostante le tue esperienze e il tuo background fossero orientati verso un mondo in cui per la musica sembrava esserci poco spazio, hai sempre trovato il modo di ritagliargliene uno…
Sebbene in molte occasioni abbia creduto di dovervi rinunciare, per via di costrizioni sociali e di un certo tradizionalismo, che mi hanno spinto verso percorsi più accettati in ambito familiare e sociale - soprattutto provenendo da un contesto non abbiente, dove si privilegia un’evoluzione prima economica che umana e personale - la musica è sempre rimasta al centro della mia vita. Come lo è certamente per tante persone che la vivono dal dancefloor o ricercano il puro ascolto, pur non essendo esclusivamente o direttamente attive in questo contesto.
Come dicono tanti amici che conosco all’interno di questo mondo, sono uno di quelli a cui la musica ha salvato la vita, in più occasioni. Guardando indietro è difficile mettere insieme i pezzi che hanno portato ad oggi. Da ragazzino, una volta lasciata la chitarra, intrapresa una carriera universitaria che non mi apparteneva (legge, pensa un po’), nel mio tempo libero mi dedicavo a fare da consulente esterno e procacciare opportunità per gli amici che invece gli strumenti non li hanno mai lasciati e credevano fortemente nei loro sogni. Una sorta di manager vecchio stile da film anni ‘70.
Quello è stato uno dei tanti momenti in cui ho realizzato di dover risolvere un forte contrasto tra ciò che sentivo di dover fare e ciò per cui avvertivo un fortissimo e naturale richiamo. Ci sono volute tante spinte per lasciare alle spalle le incertezze: probabilmente il guardarsi dentro attraverso la terapia, tanta esperienza in campi e paesi di vario tipo, una pandemia mondiale, un burnout lavorativo ed il chiedersi in maniera brutale “quale sarebbe il tuo rimorso più grande se finisse tutto qui?” hanno tutte sortito effetto. Ma, al di là di tutto questo, ci sono tanti anni di ascolto, di ricerca ed osservazione sul campo, il tutto categoricamente in maniera incondizionata: nulla di ciò di cui mi occupo è nato con un’intenzione specifica che non fosse semplice passione.
La musica elettronica come è arrivata? In un momento specifico della tua vita o ti ci sei scontrato per caso?
La musica elettronica arriva in età adolescenziale: se la chitarra ed il rock sono da ricondurre a mio padre, l’elettronica è nata certamente con le influenze di mio fratello, di due anni più grande e che a sua volta frequentava persone più adulte, portando in casa - originariamente sempre grazie a YouTube, poi con Traktor e con i vinili - le influenze Berlinesi e rumene dell’epoca.
Parliamo del 2006: Loveparade di Berlino, Ricardo Villalobos, Onur Ozer, Raresh. Nomi che, già all’epoca, non era troppo difficile vedere a Napoli, portandomi appunto a presenziare sui dancefloor di questo tipo piuttosto precocemente e misurarmi con persone di contesti di tutti i tipi: un lungo viaggio, anche questo, fatto però di clubbing, concerti e festival, che dura da 20 anni.
A proposito di musica elettronica, hai da poco aperto la tua agenzia di booking e management di artisti, mettendo al loro servizio il tuo background professionale. A distanza di pochi mesi dall’avvio di quest’avventura, ti definiresti più folle o appassionato per questo dirottamento di vita?
La tua domanda cade a pennello: ho ricevuto un messaggio proprio poche ore fa da parte di un amico che mi definiva a sua volta folle, “oh, ma in senso buono però eh!”. Credo che per le persone che conoscono il mio background manageriale sia inevitabile definire questa scelta così, e non le biasimo. Per me, però, sarebbe stata una follia il contrario: non tentare.
Non soltanto per un puro tema di ambizione personale, ma perché sono convinto che, per quanto con i social tutto possa essere in superficie e dunque - in apparenza - alla portata di tutti, i gap dell’industria restano davvero tantissimi: emergere resta enormemente complicato e non avere un background sufficientemente completo alle spalle - economico, comunicativo, gestionale ed amministrativo - può rivelarsi fatale per un artista al giorno d’oggi.
Forward nasce puramente dall’intento di mettere “avanti” le persone e la loro musica, lasciando tutto ciò che non è strettamente di sfera artistica nelle mani di chi ha voglia, passione e competenze per apportare valore al roster. Ed è per questo che, generalmente, più che agenzia di booking, uso il termine “network globale di artisti”, perché credo fortemente nella partnership che possa solidificarsi all’interno del roster, scegliendo profili diversi ma simili nelle caratteristiche chiave che cerco in un artista da rappresentare.
Probabilmente, però, la risposta più corretta è che mi sento follemente appassionato per questo progetto e per tutti quelli che ho intrapreso negli ultimi anni.
Credi che se dopo il tuo vagare per il mondo avessi deciso di mettere radici in Italia e non a Barcellona, avresti potuto comunque dare vita a un progetto di questo tipo
Il progetto, per quanto amministrativamente basato in Spagna, ha natura globale e non si ferma a dei confini geografici: lavoriamo con artisti, promotori e club che vanno dall’Asia, alle Americhe, UK ed in Europa, collaborando a tutto tondo con tante realtà, altre agenzie comprese, in tutto il mondo.
In realtà, c’è stata una parentesi italiana post-Australia, in cui ho vissuto nuovamente a Napoli “da adulto”, e per un momento ho provato ad immaginarmi lì a lungo termine. All’epoca, però, avevo appena ricevuto una batosta emotiva, dopo mesi alla ricerca di lavoro nel campo della musica tra Londra e Sydney, senza racimolare nulla, se non un peggioramento delle mie motivazioni e ritrovarmi in contesti aziendali e generalisti, pattern poi seguito anche nel mio nuovo inizio a Barcellona con esperienze di spessore nel campo tecnologico.
Per questo motivo, in quel momento storico l’idea di fondare un progetto focalizzato sulla musica elettronica in Italia non mi ha neanche sfiorato, ma direi che le mie motivazioni di allora esulano dal campo geografico e si riconducono più all’esperienza del momento. Ci sono tante realtà in Italia che fanno benissimo il loro lavoro, anzi, le agenzie italiane sono indubbiamente tra le migliori a livello mondiale, che siano di base in Italia o all’estero.
Il termine Gōdō (il tuo nome d’arte quando suoni), è il termine giapponese per indicare una fusione di elementi, che sembra rispecchiare al 100% lo stato attuale di come stanno le “cose” ora nella tua vita di manager e DJ. Un dualismo che a volte può sembrare contraddittorio, ma tu sembri farlo coesistere in modo equilibrato…
Corretto, la fusione degli elementi è perpetua: da Continuum Recordings, etichetta discografica recentemente fondata, agli showcase di Forward e la consulenza per eventi e collettivi in più paesi, mi piace credere che questo alias rifletta non soltanto il mio credo musicale, ma anche quello professionale, rispecchiando la moltitudine di ruoli che rivesto ogni giorno.
E per quanto possa sembrare agli occhi dei più, il dualismo di cui parli non è così raro come si potrebbe credere - potrei citarti vari nomi di validissimi agenti-DJ. Trovo il far convivere i due ruoli piuttosto naturale: seleziono le persone con cui voglio lavorare e per cui mettermi al servizio sulla base della loro musica, ma forse ancor di più delle persone che sono, la loro integrità, genuinità e passione, per avere delle basi su cui costruire una fiducia solida e duratura nel tempo. Nonostante la nostra sia una nuova realtà, ci sono state già tante occasioni in cui ho dovuto scegliere di non proseguire delle conversazioni relative ad una possibile collaborazione. Il motivo è che chiedo in cambio dagli artisti con cui lavoro esattamente lo stesso tipo di approccio collaborativo, che spesso non è favorito da un contesto di poca fiducia, ego e competizione.
Come già riportato in un’altra risposta, Forward vuole mettere davanti i talenti che sceglie e che la scelgono: la mia attività da DJ, che non rappresento sotto lo stesso brand, esula da questo contesto. È un cappello che indosso con grande passione, ma che deve potersi sviluppare nel tempo, organicamente e sulla base di una reale meritocrazia che dipende esclusivamente da un fattore: la qualità dell’esperienza che sono in grado di fornire.
L’influenza dei tuoi viaggi non si percepisce solo dalla scelta del tuo nome d’arte, ma anche dalla selezione della tua musica, che sembra muoversi in modo piuttosto libero tra generi e confini. È una scelta che viene guidata da una sorta di tributo inconscio, o per te è importante portare questa parte di te nella tua arte?
Non ci ho mai riflettuto attivamente, credo sia però inevitabile una diretta relazione tra quanto ho assorbito negli anni, collezionando musica in giro in tutti i possibili formati e contesti. Da lì deriva l’analogia della “fusione degli elementi”, e credo fortemente questo si rispecchi nel mio modo di suonare.
Ho sempre pensato che in qualche modo Barcellona (la tua attuale casa) e Napoli (la tua città natale) fossero due città comunicanti, con energie simili e controversie da cui nascono esperienze di vita che non potrebbero trovare sfogo altrove. Li vedi anche tu questi punti di congiunzione? Se sì, credi ti abbiano influenzato in qualche modo nella scelta di dove “mettere radici”?
Senza dubbio, sono un napoletano atipico nell’apparenza, ma allo stesso tempo costantemente nostalgico del contesto che ho lasciato alle spalle. Sento un fortissimo legame tra le due città, nonostante siano, dal punto di vista strettamente interpersonale, molto più distanti di quanto si possa pensare: Barcellona ed i catalani hanno molto più in comune con le città (marittime) del nord, che con quelle del sud.
Ciò che la rende realmente simile a Napoli sono gli elementi fisionomici delle due città e la storia - Maradona incluso. Due melting pot mediterranei di culture e tradizioni, fattori che si respirano nella vita di tutti i giorni e che hanno rappresentato un’ancora per me dopo aver vissuto in tanti posti a me alieni, dove non ho mai respirato “aria di casa”, com’è invece successo qui.
I 24 Grana, band formatasi negli anni '90 a Napoli che si è fatta influenzare a sua volta da una moltitudine di generi, in Loop, cantavano "Mi sublima a pensare al moto circolare delle onde".
In un certo senso, l'immagine di Andrea che vive le onde stratificate e contraddittorie della sua identità, senza mai perdere il flusso circolare della marea che nei suoi viaggi ha assunto il nome di "musica", ci appare piuttosto nitida dopo questa chiacchierata. E a voi?
ENGLISH VERSION
Since 2012, Naples has no longer been Andrea’s address, known artistically as Gōdō, yet it remains the emotional latitude of a transformation that honours its origins while looking elsewhere, a constant movement driven not by the urgency of arrival, but by the need for an ever evolving search.
In episode two of Italiani Fuori, Andrea reflects on what it has meant for him to live in nine different countries, experiences that have shaped not only his professional path but, above all, his artistic identity. From Spain to Australia, passing through Switzerland, Turkey and Portugal among others, Andrea today stands as the reflection of encounters with cultures and worlds that may seem distant, yet perhaps are not so far removed from those that defined the first twenty years of his life.
Throughout it all, music has never been a side hobby, but the constant thread that pushed him to take risks, first as a kind of family imprint, then as adolescent rebellion, and eventually as a compass. Clubs, festivals, tours and connections built within the electronic scene led Andrea to a radical decision, guided by heart and conviction: to transform that calling into a concrete project, merging years of professional management experience with his passion for music, and founding Forward Artist Management, a booking network and more, now operating on an international scale.
To connect with his inner world, we asked Gōdō to gift us a mix that could represent him and carry us through the journeys that have shaped him over the years. The result is more than one hour of dense, hypnotic music, available on our SoundCloud channel. Perhaps Italiani Fuori means this too: not being far from home, but having learned how to redefine it. And, in his case, to make it resonate everywhere.
Hi Andrea, and thanks for taking the time to speak with Mixmag Italia. Let’s begin. If you are here, it is because Italy has not been home for quite some time…
First of all, thank you and Mixmag Italy for the conversation. With so many “Italiani Fuori” out there, and even more so thinking about Barcelona and the many remarkable Italians based here, being invited to share my story feels like a privilege. It also makes me slightly uncomfortable, which I cannot deny.
Yes, since 2012 Italy, and Naples in particular, has no longer been home. It was my studies that first took me abroad: during my second year of university I went on my first, of many, Erasmus programs, in the small city of Tarragona. Which, in reality, meant spending a lot of time in Barcelona.
Although it lasted only six months and I had to return to Italy to complete my undergraduate degree, I felt it was just the beginning of an ongoing search and exploration. I could not have imagined how many countries, experiences, and distinct lives I would end up accumulating. And I certainly didn’t know they would eventually lead me to working in what fulfils me the most.
Moving through countries and cultures can be a way to get to know yourself, to explore sides of who you are that you might not always be ready to confront. A bit like music, right?
I think they are two non linear journeys of exploration, born in opposite ways and at different times, yet constantly intersecting, often catching you off guard.
Let me explain. Music, in general, enters our lives passively in early childhood, shaped by family and everyday surroundings. We rediscover that baggage during adolescence, when musical exploration begins with what feels familiar and gradually, through openness to the world and new experiences, turns into a search for the self. It is a path that evolves over time, fuelled by encounters, relationships and the stimuli generated by the people we choose, or often simply happen, to have beside us. And of course by travel, which instead comes as a conscious choice driven by curiosity, by the desire for the new and the different, pushing us to measure ourselves against the world while looking inward.
In my case, these journeys have been coexisting and interdependent. Music arrived when I was a child, through my father, his guitar, and endless hours listening to his CD collection, mainly 60s and 70s rock. That led me to study Spanish guitar at ten. Yet in adolescence I distanced myself from that familiarity, partly due to the friction of being a rebellious teenager and a teacher who was perhaps too strict. That is when I moved away from imposed structures and began rediscovering myself, spending endless afternoons on YouTube between hip hop and American basketball, and encountering electronic music for the first time.
That musical discovery, combined with the urge to look beyond and escape the emotional instability of those years, reconnected with travel. I was constantly checking websites and tour calendars of my favourite artists, organising trips on my own, first to Rome, then Milan and London, based on their shows and, of course, my limited teenage savings. That pattern continued into my twenties and eventually became a defining mechanism of how I live even today.
Despite experiences and a background that seemed to leave little room for music, you always found a way to carve out space for it…
Although on many occasions I believed I had to give it up, due to social constraints and a certain traditionalism that pushed me toward paths more socially and familiarly accepted - especially not coming from a particularly wealthy background, where economic advancement is often prioritized over human and personal growth - music has always remained at the center of my life. As it does for many people who live it from the dancefloor or through deep listening, even if they are not directly active within the industry.
As many friends of mine say, I am one of those whose life was saved by music, more than once. Looking back, it is hard to piece together how everything led to today. As a teenager, after leaving the guitar behind and pursuing a university path that did not feel like mine, law of all things, I spent my free time acting as an external consultant for friends who had never abandoned their instruments and believed strongly in their dreams. A kind of old school manager straight out of a 70s film.
That was one of many moments when I realised I had to resolve a deep conflict between what I felt I should do and what I felt naturally drawn to. It took several pushes to leave uncertainty behind: therapy, diverse professional experiences across different countries, a global pandemic, burnout, and brutally asking myself what my biggest regret would be if everything ended here. All of it played a role. But beyond that, there are years of listening, researching and observing in the field, always unconditionally. Nothing I do today started with an agenda beyond genuine passion.
How did electronic music enter your life? Was it a specific moment or something you stumbled upon?
Electronic music came during adolescence. If guitar and rock are linked to my father, electronic music came through my brother, two years older than me, and his circle of slightly older friends. Through YouTube at first, then through Traktor and vinyl, he brought Berlin and Romanian influences into our home.
We are talking about 2006: Loveparade in Berlin, Ricardo Villalobos, Onur Ozer, Raresh. Names that were not that hard to catch in Naples at the time, which led me to experience those dancefloors quite early and to interact with people from very diverse backgrounds. It has been a long journey, made of clubbing, concerts and festivals, spanning twenty years.
You recently launched your own booking and management agency, putting your professional background at the service of artists. A few months into this adventure, do you feel more crazy or more passionate about this life shift?
Your question is timely. Just a few hours ago, a friend texted me calling me crazy, in a good way. For those who know my managerial background, that definition is understandable. I do not blame them. For me, though, the real madness would have been not trying.
Not just out of ambition, but because I strongly believe that, despite social media creating an illusion of accessibility, the industry gaps are still enormous. Breaking through remains extremely difficult, and lacking a solid foundation, economically, communicatively, administratively, can be fatal for an artist today.
Forward was born from the intention of putting people and their music first, leaving everything outside the strictly artistic sphere in the hands of those who have the skills and drive to add value. That is why I prefer calling it a global network of artists rather than a booking agency. I believe in the partnerships that can develop within the roster, bringing together different profiles who share key values.
If anything, I feel wildly passionate about this project and about everything I have undertaken in recent years.
Do you think you could have built this project had you chosen to settle in Italy instead of Barcelona?
Although administratively based in Spain, the project has a global nature. We work with artists, promoters and clubs across Asia, the Americas, the UK and Europe, collaborating widely, including with other agencies.
There was a period after Australia when I lived again in Naples as an adult and briefly imagined staying long term. At that time, however, I had just faced an emotional setback after months searching for work in music between London and Sydney, finding nothing and ending up in corporate, generalist environments. That pattern continued at the beginning of my time in Barcelona, working in the tech sector.
Back then, founding a music focused project in Italy was not even on my radar, but that was more about my personal situation than geography. Italy has many outstanding agencies, among the best globally, whether based there or abroad.The term Gōdō, your DJ alias, means fusion in Japanese. It seems to reflect both your managerial and artistic life. A duality that might appear contradictory, yet you make it coexist.
The fusion of elements is ongoing. From Continuum Recordings, the label I recently founded, to Forward showcases and consulting for events and collectives in various countries, I like to think this alias reflects not only my musical identity but also my professional one, the multiplicity of roles I embody daily.
The agent DJ duality is actually not that rare. I could name several outstanding examples. For me, it feels natural. I choose the artists I work with based on their music, but even more on who they are, their integrity and passion, building trust over time. Even though we are a new reality, there have already been moments when I decided not to pursue potential collaborations. I expect the same collaborative approach from artists that I offer them, something not always encouraged by environments driven by ego and competition.
Forward exists to put its artists first. My DJ activity, which I do not represent under the same brand, sits outside that context. It is a hat I wear with passion, but one that must grow organically, grounded in merit and in one single factor: the quality of the experience I can deliver.
Your travels seem to influence not only your alias but also your musical selection, which moves freely across genres and borders. Is that an unconscious tribute, or a deliberate choice?
I have never consciously analysed it, but it feels inevitable that years of collecting music in every possible format and context would shape my approach. That is where the idea of fusion comes from, and I believe it clearly reflects in how I play.
I have always felt that Barcelona and Naples share certain energies and contradictions. Do you see that connection too?
Without a doubt. I might not fit the stereotype, yet I remain deeply nostalgic about Naples. I feel a strong bond between the two cities, even though interpersonally they are more distant than one might think. Barcelona and Catalonia share more with northern maritime cities than with southern ones.
What truly connects them are their physical landscapes and histories - Maradona included, two Mediterranean melting pots of cultures and traditions. That daily atmosphere became an anchor for me after living in many places that felt alien, where I never quite felt at home, unlike here.
24 Grana, a band formed in Naples in the 1990s and shaped by a multitude of genres, sang in Loop: “It lifts me up to think about the circular motion of the waves.”
In a way, the image of Andrea navigating the layered and at times contradictory waves of his identity, never losing the circular tide that, throughout his travels, has taken the name of “music,” feels strikingly clear after this conversation. And to you?
VERSIÓN EN ESPAÑOL
Desde 2012, Nápoles ya no es la dirección de Andrea, conocido artísticamente como Gōdō, pero sigue siendo la latitud emocional de una transformación que honra sus orígenes sin dejar de mirar más allá, un movimiento que nunca estuvo marcado por la urgencia del destino, sino por la de una búsqueda en permanente evolución.
En el episodio número 2 de Italiani Fuori, le pedimos a Andrea que nos contara qué ha significado para él vivir en nueve países que, con el tiempo, han moldeado no solo su carrera profesional, sino sobre todo su identidad artística. Desde España hasta Australia, pasando, entre otros, por Suiza, Turquía y Portugal, hoy Andrea es el reflejo de experiencias vividas en contacto con culturas y mundos bastante distintos, aunque quizá no tanto, de aquellos que lo rodearon durante los primeros veinte años de su vida.
En todo este recorrido, la música nunca fue un hobby secundario, sino el hilo constante que lo impulsó a arriesgar, transformándose primero en una especie de impronta familiar, luego en rebeldía adolescente y más tarde en brújula. Clubes, festivales, tours y conexiones creadas dentro de la escena electrónica llevaron a Andrea a una decisión radical, guiada por el corazón y la pasión: convertir esa llamada en un proyecto concreto, fusionando sus capacidades profesionales adquiridas durante años de management con su amor por la música, dando vida a Forward Artist Management, una red de booking y más, que hoy opera a escala internacional.
Para entrar en contacto con su alma, le pedimos a Gōdō que nos regalara un mix que lo representara y que pudiera llevarnos a través de los viajes que lo han atravesado en estos años. El resultado más de una hora de música densa e hipnótica, disponible en nuestro canal de SoundCloud. Quizá Italiani Fuori signifique también esto: no estar lejos de casa, sino haber aprendido a redefinirla. Y, en su caso, hacerla sonar en cualquier lugar.
Hola Andrea, gracias por el tiempo que has decidido dedicar a Mixmag Italia. Empecemos: si estás aquí es porque Italia ya no es tu casa desde hace tiempo…
Antes que nada, gracias a ti y a Mixmag Italia por esta conversación. Con tantos “Italiani Fuori” y, más aún pensando en Barcelona y en los muchísimos italianos de gran nivel que residen aquí, que me inviten a contar mi recorrido es un privilegio. También me genera cierto pudor, no lo voy a negar.
Sí, desde 2012 Italia y Nápoles dejaron de ser mi casa. Fueron los estudios los que me llevaron a vivir en el extranjero por primera vez: en segundo año de universidad hice mi primer Erasmus, el primero de muchos, en la pequeña Tarragona. Lo que, en la práctica, significaba pasar mucho tiempo en Barcelona.
Aunque fue una experiencia de solo seis meses y tuve que volver a Italia para terminar la carrera, sentía que aquello sería apenas el comienzo de una búsqueda y una exploración constantes. Nunca habría imaginado acumular tantos países, tantas experiencias y, en cierto modo, tantas vidas distintas. Y mucho menos que todo eso acabaría llevándome a dedicarme a lo que más me llena en el mundo.
Atravesar países y culturas a veces es una forma de conocerse mejor y explorar partes de uno mismo con las que no siempre apetece enfrentarse. Un poco como la música, ¿no?
Sin duda, son dos caminos de exploración poco intuitivos, que nacen en momentos y de formas opuestas, pero que se entrelazan constantemente, sorprendiéndote una y otra vez.
Me explico: la música, en términos generales, es un estímulo inevitablemente pasivo en la infancia, fruto del entorno familiar y de la cotidianidad que nos rodea. Ese bagaje reaparece en la adolescencia, cuando el descubrimiento musical parte de lo conocido y, poco a poco, solo a través de la apertura al mundo y a nuevas experiencias, se transforma en una búsqueda del yo. Es un proceso que evoluciona con el tiempo, alimentado por los encuentros, las relaciones y los estímulos que generan las personas que elegimos, o que simplemente nos encontramos, a nuestro lado. Y, por supuesto, por los viajes, que surgen como una elección consciente movida por la curiosidad: el deseo de lo nuevo, de lo distinto, que nos lleva a medirnos con el mundo mientras miramos hacia dentro.
En mi caso, ambos procesos han sido coexistentes y codependientes. La música llegó en la infancia con mi padre, su guitarra y horas interminables escuchando su colección de CDs, principalmente rock de los años 60 y 70. Eso me llevó a estudiar guitarra española a los diez años. Pero en la adolescencia me alejé de esa familiaridad, también por los conflictos propios de esa etapa y por un profesor quizá demasiado estricto. Fue entonces cuando me distancié de las imposiciones y me redescubrí, entre tardes infinitas en YouTube con el hip hop y el baloncesto americano, y mi primer acercamiento a la música electrónica.
Fue precisamente ese descubrimiento musical, junto con el deseo de mirar más allá y dejar atrás la inestabilidad emocional de aquellos años, lo que volvió a conectarse con el viaje: revisaba constantemente las páginas web y los calendarios de mis artistas favoritos, organizando por mi cuenta viajes a Roma, luego a Milán y a Londres, según sus giras y, obviamente, mis escasos ahorros de adolescente. Esa combinación se repetiría durante mis veinte y acabaría convirtiéndose en un mecanismo central de mi forma de vivir hasta hoy.
A pesar de que tus experiencias y tu formación parecían orientadas hacia un mundo donde la música tenía poco espacio, siempre encontraste la manera de hacerle un hueco…
Aunque en muchas ocasiones creí que debía renunciar a un camino de este tipo, debido a las presiones sociales y a cierto tradicionalismo que me empujaban hacia trayectorias más aceptadas en el ámbito familiar y social - especialmente al provenir de un contexto no acomodado, donde se prioriza el progreso económico por encima del desarrollo humano y personal - la música siempre ha permanecido en el centro de mi vida. Como lo está para muchas personas que la viven desde la pista de baile o desde la escucha profunda, aunque no trabajen directamente en el sector.
Como dicen muchos amigos dentro de este mundo, soy de los que sienten que la música les ha salvado la vida, más de una vez. Mirando atrás, es difícil encajar todas las piezas que me han traído hasta aquí. De joven, tras dejar la guitarra y emprender una carrera universitaria que no sentía como propia, derecho, imagínate, en mi tiempo libre hacía de consultor externo y buscaba oportunidades para amigos que nunca habían abandonado sus instrumentos y creían firmemente en sus sueños. Una especie de mánager clásico sacado de una película de los años 70.
Ese fue uno de los momentos en los que entendí que tenía que resolver un conflicto profundo entre lo que sentía que debía hacer y aquello que me llamaba de forma natural y poderosa. Hicieron falta muchos impulsos para dejar atrás las dudas: la terapia, experiencias profesionales en distintos países y sectores, una pandemia global, un burnout laboral y la pregunta brutal: “¿cuál sería tu mayor arrepentimiento si todo terminara aquí?”. Todo tuvo su impacto. Pero, más allá de eso, hay años de escucha, de investigación y de observación sobre el terreno, siempre de forma incondicional: nada de lo que hago hoy nació con una intención distinta a la pura pasión.
Cómo llegó la música electrónica? ¿En un momento concreto o casi por casualidad?
La música electrónica llegó en la adolescencia. Si la guitarra y el rock están ligados a mi padre, la electrónica nació a través de la influencia de mi hermano, que me lleva dos años, y de su entorno. Primero a través de YouTube y más tarde con Traktor y los vinilos, empezó a traer a casa influencias berlinesas y rumanas de aquella época.
Hablamos de 2006: Loveparade en Berlín, Ricardo Villalobos, Onur Özer, Raresh. Nombres que ya entonces no era difícil ver en Nápoles, lo que me llevó a pisar ese tipo de pistas a una edad bastante temprana y a relacionarme con personas de contextos muy distintos. Otro viaje largo, este hecho de clubbing, conciertos y festivales, que ya dura veinte años.
Hace poco abriste tu propia agencia de booking y management, poniendo tu background profesional al servicio de los artistas. A pocos meses de comenzar, ¿te definirías más loco o más apasionado por este cambio de rumbo?
La pregunta llega en el momento perfecto. Hace apenas unas horas un amigo me escribió llamándome loco, “pero en el buen sentido”. Para quienes conocen mi trayectoria como manager es inevitable verlo así, y no los culpo. Para mí, sin embargo, la verdadera locura habría sido no intentarlo.
No solo por ambición personal, sino porque estoy convencido de que, aunque las redes sociales puedan hacer creer que todo está al alcance de cualquiera, las brechas dentro de la industria siguen siendo enormes. Destacar es extremadamente complicado y no contar con una base sólida - económica, comunicativa, administrativa y de gestión - puede resultar fatal para un artista hoy en día.
Forward nace con la intención de poner en primer plano a las personas y su música, dejando todo lo que no pertenece estrictamente al ámbito artístico en manos de quienes tienen las competencias y la pasión necesarias para aportar valor. Por eso prefiero hablar de una red global de artistas más que de una agencia de booking. Creo firmemente en las alianzas que pueden consolidarse dentro del roster, eligiendo perfiles distintos pero alineados en los valores que busco en un artista.
Si tuviera que responder con total honestidad, diría que me siento locamente apasionado por este proyecto y por todos los que he emprendido en los últimos años.
Si después de tu recorrido por el mundo hubieras decidido echar raíces en Italia y no en Barcelona, ¿habrías podido crear igualmente un proyecto así?
Aunque administrativamente esté basado en España, el proyecto tiene una naturaleza global y no se detiene ante las fronteras geográficas: trabajamos con artistas, promotores y clubes que van desde Asia hasta América, Reino Unido y el resto de Europa, colaborando de forma transversal con múltiples realidades, incluidas otras agencias, en todo el mundo.
En realidad hubo una etapa italiana después de Australia, en la que volví a vivir en Nápoles ya “de adulto”, y durante un tiempo intenté imaginarme allí a largo plazo. En ese momento, sin embargo, acababa de atravesar un golpe emocional importante tras meses buscando trabajo en el ámbito musical entre Londres y Sídney, sin obtener nada más que una pérdida progresiva de motivación y acabando en entornos empresariales más generalistas. Ese patrón continuó también en mi nuevo comienzo en Barcelona, con experiencias relevantes en el sector tecnológico.
Por eso, en aquel momento la idea de fundar un proyecto centrado en la música electrónica en Italia ni siquiera se me pasó por la cabeza. Pero diría que mis motivaciones entonces iban más allá de la cuestión geográfica y estaban más relacionadas con mi situación personal. En Italia existen muchas realidades que trabajan muy bien; de hecho, las agencias italianas están, sin duda, entre las mejores a nivel mundial, estén basadas en Italia o en el extranjero.
El término Gōdō (tu nombre artístico cuando pinchas) es la palabra japonesa que indica una fusión de elementos y parece reflejar al cien por cien el estado actual de las “cosas” en tu vida como manager y DJ. Un dualismo que a veces podría parecer contradictorio, pero que tú haces coexistir con equilibrio…
Correcto, la fusión de elementos es constante. Desde Continuum Recordings, el sello discográfico que fundé recientemente, hasta los showcases de Forward y la consultoría para eventos y colectivos en distintos países, me gusta pensar que este alias no solo refleja mi visión musical, sino también la profesional, representando la multiplicidad de roles que desempeño cada día.
Y aunque pueda parecerlo, el dualismo del que hablas no es tan extraño como se podría pensar. Podría mencionar varios ejemplos de agentes que también son DJs y que lo hacen de forma excelente. Para mí, hacer convivir ambos roles resulta bastante natural: selecciono a las personas con las que quiero trabajar y a las que quiero apoyar basándome en su música, pero quizá aún más en quiénes son como personas, en su integridad, autenticidad y pasión, para construir una base sólida de confianza a largo plazo.
A pesar de ser una realidad nueva, ya ha habido ocasiones en las que he decidido no seguir adelante con posibles colaboraciones. El motivo es claro: exijo de los artistas con los que trabajo el mismo enfoque colaborativo que yo ofrezco, algo que a menudo no se ve favorecido en contextos marcados por la falta de confianza, el ego o la competencia constante.
Como ya mencioné antes, Forward quiere poner en primer plano a los talentos que elige y que la eligen. Mi actividad como DJ, que ni siquiera represento bajo la misma marca, queda fuera de ese marco. Es un sombrero que llevo con enorme pasión, pero que debe desarrollarse de forma orgánica y sustentarse en una meritocracia real basada en un único factor: la calidad de la experiencia que soy capaz de ofrecer.
La influencia de tus viajes no se percibe solo en la elección de tu nombre artístico, sino también en tu selección musical, que parece moverse con bastante libertad entre géneros y fronteras. ¿Es una elección guiada por una especie de tributo inconsciente o para ti es importante trasladar esa parte de ti a tu arte?
Nunca lo he analizado de forma consciente, pero creo que es inevitable que exista una relación directa con todo lo que he ido absorbiendo a lo largo de los años, coleccionando música en todos los formatos y contextos posibles. De ahí surge la analogía de la “fusión de elementos”, y estoy convencido de que se refleja claramente en mi forma de pinchar.
Siempre he pensado que Barcelona (tu casa actual) y Nápoles (tu ciudad natal) son, de algún modo, dos ciudades comunicantes, con energías similares y contradicciones de las que nacen experiencias vitales que difícilmente encontrarían salida en otro lugar. ¿Ves también tú esos puntos de conexión? Y, si es así, ¿crees que influyeron en tu decisión de dónde echar raíces?
Sin duda. Soy un napolitano atípico en la forma, pero al mismo tiempo profundamente nostálgico del contexto que dejé atrás. Siento un vínculo muy fuerte entre ambas ciudades, aunque desde el punto de vista estrictamente interpersonal sean mucho más distintas de lo que podría parecer. Barcelona y los catalanes tienen mucho más en común con las ciudades marítimas del norte que con las del sur.
Lo que realmente la acerca a Nápoles son sus rasgos físicos y su historia, Maradona incluido. Dos auténticos melting pots mediterráneos de culturas y tradiciones. Son elementos que se respiran en la vida cotidiana y que para mí han sido un ancla después de haber vivido en tantos lugares que me resultaban ajenos, donde nunca llegué a sentir esa “sensación de hogar” que sí encontré aquí.
Los 24 Grana, la band nacida en Nápoles en los años noventa y marcada por una mezcla de géneros, cantaban en Loop: “Me sublima pensar en el movimiento circular de las olas”.
En cierto modo, después de esta conversación resulta fácil imaginar a Andrea atravesando las olas superpuestas y a veces contradictorias de su identidad, sin perder nunca el flujo circular de esa marea que, a lo largo de sus viajes, ha tomado el nombre de “música”. ¿Y a vosotros?
