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Luca Piermattei: l'intimità della produzione

In un'epoca di eccessi sonori, Luca Piermattei sceglie la via dell'intimità produttiva, del dialogo con le macchine e con i musicisti

  • Alessandra Sola
  • 24 June 2026
Luca Piermattei: l'intimità della produzione

Il confine sottile tra tecnica e anima, tra macchina e sentimento, è il territorio che Luca Piermattei ha scelto di esplorare con la determinazione di chi sa che l'arte vera nasce solo quando ci si spoglia delle sovrastrutture per ritrovare l'essenza.

Dalle notti intense che generano mattine di creatività purissima alla riscoperta di un dialogo intimo con la produzione, il musicista pesarese ci conduce per mano attraverso un viaggio che è insieme personale e universale. Un cammino che dagli scaffali polverosi dei dischi jazz e ambient arriva fino alle nuove frontiere del live act, passando per collaborazioni che aprono orizzonti inaspettati e per una visione della musica che non conosce gerarchie né confini.

In questa intervista esclusiva per Mixmag Italy, Luca si racconta con la sincerità di chi ha scelto di ascoltare la propria voce interiore, quella che guida le scelte artistiche più profonde. Dal suo nuovo progetto discografico per la sua label Polarity Records, nato quasi per caso in una domenica di sperimentazione, fino all'incontro con il giovane talento Marco Sebastianelli che ha trasformato il suo live in un dialogo fecondo tra elettronica e tastiere, ogni parola svela un universo musicale in continua evoluzione.

"La musica che produco oggi deve venire dall'anima", afferma con la convinzione di chi sta attraversando una carriera senza mai cedere alle mode. Ed è proprio questa ricerca di autenticità, questo coraggio di guardare dentro di sé per poi proiettarsi verso l'esterno, che rende il percorso di Luca Piermattei un esempio luminoso di come l'arte elettronica possa ancora emozionare, sorprendere e, soprattutto, raccontare storie vere.

Ci hai descritto questo nuovo disco come il frutto di un "dialogo intimo con la produzione", nato non per il dancefloor, ma da un bisogno di esplorazione consapevole ed essenziale. Puoi raccontarci com'è nato questo bisogno e in cosa differisce questo processo creativo da quello dei tuoi lavori passati, come l'album "Parallel Life's Feeling Lp" del 2017?

È nato tutto molto naturalmente. Ricordo una domenica particolare, dopo una notte molto intensa dal punto di vista emotivo, ero anche un po’ stanco, ma sono andato comunque in studio. Ho iniziato a prendere i classici campioni della Roland 808 e a distorcerli, poi ho cercato un nuovo tipo di basso, lavorando allo stesso modo su synth e pad. A un certo punto ho registrato anche la mia voce con un vocoder, ed è così che è nata Beautiful Emotions, la traccia da cui è partito tutto e che sentirete nel prossimo disco su Polarity.

L’idea era quella di lavorare con pochi suoni, ma essenziali: ogni elemento doveva avere il proprio spazio e il proprio senso. Mi sono concentrato molto anche sui giri di batteria, sui cambi e sui fill, cercando qualcosa di meno ipnotico in chiave club e più vicino a una dimensione ‘concert style’.

In realtà, in quel momento non ci avevo dato troppo peso: l’avevo fatta soprattutto con l’idea di sperimentare. Poi, riascoltandola e suonandola nei live, mi sono reso conto che quella traccia mi rappresentava molto più di quanto pensassi. Da lì è nato spontaneamente il desiderio di sviluppare altre produzioni in quella direzione.

Dopo un periodo di pausa dal suonare dischi da DJ per concentrarti su produzione e live, senti che questo nuovo lavoro rappresenti una sintesi di quella fase di studio e sperimentazione con nuove macchine e software? O è un punto di partenza completamente nuovo?

Avevo smesso di suonare i dischi principalmente per dedicarmi alla produzione in studio, ma col tempo mi sono reso conto che, negli ultimi tre anni, mi sono concentrato molto di più sulla live performance. Ho approfondito nuovi software, sperimentato nuove macchine e tecniche: è un mondo praticamente infinito, e sono molto felice di questa parte del mio percorso.

Detto questo, a un certo punto ho sentito la necessità di rifocalizzarmi totalmente sul lavoro in studio. Credo sia lì che riesco davvero a costruire le tracce nel modo più completo, lavorando con più macchine, mixer e una configurazione più ampia e libera.

Il live, invece, richiede un approccio diverso: cerco sempre di mantenere un setup abbastanza portatile ed essenziale, quindi per me sono quasi due mondi differenti. Questo nuovo lavoro sicuramente porta dentro tutta l’esperienza e la sperimentazione fatta negli ultimi anni, ma non lo vedo come una sintesi definitiva. Piuttosto, come un nuovo punto di partenza nato da tutto quello che ho imparato in quel periodo.

Il tuo percorso artistico e la tua ricerca musicale spazia non solo tra house e techno, ma anche tra ambient, jazz e soul. In che modo queste influenze eclettiche hanno trovato spazio in questo nuovo disco, che descrivi come più "essenziale"?

Ho sempre utilizzato, e continuo a utilizzare, scale jazz e blues nelle mie produzioni. Sono sempre stato attratto dalla musica a 360 gradi, purché sia musica di qualità. Colleziono dischi jazz, ambient, hip hop, downtempo e molto altro: sono ascolti che inevitabilmente finiscono dentro quello che faccio, anche quando non sono immediatamente riconoscibili.

In questo nuovo disco credo che queste influenze siano presenti in modo più sottile, meno esplicito. Quando parlo di un suono più ‘essenziale’, non intendo qualcosa di povero o minimalista in senso rigido, ma qualcosa in cui ogni elemento ha un ruolo preciso. Magari ci sono meno suoni, ma più attenzione all’armonia, alle texture, alle sfumature emotive e al groove.

L’influenza del jazz e del soul, per esempio, emerge spesso nel modo in cui costruisco accordi, scale o atmosfere, mentre l’ambient mi ha insegnato a dare importanza agli spazi e alla profondità del suono. Anche quando faccio house o techno, porto sempre con me tutto quel bagaglio musicale.

Parliamo del tuo nuovo live show. È qui che nasce la collaborazione con il tastierista Marco Sebastianelli. Come è avvenuto l'incontro con Marco e cosa ti ha spinto a voler integrare le sue tastiere e la sua sensibilità musicale nella tua performance dal vivo?

Marco studia pianoforte e conservatorio da tantissimi anni. Nonostante la giovane età, secondo me è un grande talento e ha una sensibilità musicale davvero speciale.

L’incontro è nato in modo molto naturale: un nostro amico in comune ci aveva suggerito da tempo di provare a fare qualcosa insieme. Ci è voluto un po’ per trovare il tempo giusto tra i vari impegni, ma appena siamo riusciti a ritagliarci uno spazio abbiamo fatto una prova in studio e ci siamo trovati subito.

Da parte mia c’era anche una curiosità molto forte: sentivo la necessità di confrontarmi più da vicino con il modo di ragionare e lavorare dei musicisti, soprattutto di chi ha una formazione diversa dalla mia. Integrare le tastiere e la sensibilità di Marco nel live è stato un modo per aprire ancora di più il progetto a nuove possibilità espressive.

È stata davvero una bellissima esperienza e spero ci saranno presto altre occasioni per continuare questo percorso insieme.

Vi siete già esibiti insieme, raccontaci come avviene il dialogo sul palco tra la tua parte elettronica, fatta di macchine e software, e la sua dimensione più acustica e analogica. Che tipo di energia o texture nuove porta questa collaborazione?

Marco ha tantissima esperienza con gli strumenti che utilizza, e questo lo rende molto adattabile. Riesce a entrare facilmente dentro contesti diversi e a trovare il proprio spazio anche all’interno di una struttura elettronica, che magari per un musicista più legato all’acustico non è così immediata.

La parte più complessa è stata sicuramente l’arrangiamento: capire come far dialogare in modo naturale la mia parte fatta di macchine, software e sequenze con il suo approccio più musicale e suonato. Ci è voluto un po’ di tempo e diverse prove, ma pian piano abbiamo trovato una quadra che funzionasse davvero.

Quello che porta Marco, secondo me, è una dimensione più organica e dinamica al live. C’è più dialogo, più imprevedibilità, e anche alcune texture assumono un carattere diverso quando vengono reinterpretate dal vivo con la sua sensibilità. È qualcosa che dà nuova energia alla performance e la rende più aperta, meno rigida rispetto a un set completamente elettronico.

E, a proposito di novità, è da poco uscito su Bandcamp il tuo nuovo EP, Ride The Rhythm. Ti va di parlarcene? Da dove nasce questo disco e da dove viene la scelta del digitale?

Ride The Rhythm nasce durante il processo di selezione di Natural Recording Vol.2 per Polarity Records. Inizialmente avevo più di venti tracce su cui stavo lavorando e, una volta definita la tracklist del disco, mi sono reso conto che queste quattro tracce avevano comunque una forte identità e rappresentavano una parte importante del mio percorso sonoro attuale.

Confrontandomi con alcuni colleghi, ho deciso di pubblicarle su Bandcamp, che negli ultimi anni è diventato un canale sempre più interessante per la musica elettronica, offrendo agli artisti maggiore libertà e un rapporto più diretto con chi segue il loro lavoro.

In Origine l’idea era di pubblicare l’EP dopo l’uscita di Natural Recording Vol.2, ma dato che i tempi del progetto si sono allungati, ho preferito anticiparne la pubblicazione per mantenere continuità e condividere comunque questa musica con il pubblico.

Dopo esserti dedicato intensamente alla dimensione del live, come vedi il tuo futuro? Questo nuovo corso influenzerà il tuo modo di tornare, eventualmente, alla consolle da DJ? O i due mondi rimarranno paralleli?

Come dicevo, già da qualche mese sentivo la necessità di ricollegarmi profondamente alla parte in studio, che negli ultimi tre anni avevo inevitabilmente messo un po’ in secondo piano per dedicarmi al live.

Credo che uno dei ‘problemi’ di tanti producer e DJ sia proprio questo equilibrio difficile: quando passi tanto tempo a cercare dischi, a costruire set e a suonare, senti la mancanza di fare musica nuova in studio; quando invece sei immerso nella produzione, inizi a sentire la mancanza della ricerca musicale e del DJing. Per me è sempre stato così.

Non escludo assolutamente di tornare a fare il DJ, ma penso che tutte le cose fatte bene richiedano tempo, costanza e dedizione. Oggi continuo ancora a comprare dischi, anche se in modo diverso: prima passavo tantissime ore a cercarli, provarli insieme, immaginare connessioni tra tracce. In questo momento, invece, sto dedicando quel tempo allo studio e al live.

Nella vita a volte bisogna fare delle scelte, almeno temporaneamente. Non ho mai escluso un ritorno alla consolle, ma in questa fase sono totalmente focalizzato sulla produzione e sullo sviluppo del live.

Mi è arrivata voce che a luglio sarai tra i protagonisti del nuovo di remix di "Dancefloor" di Stylophonic, insieme a Mass Prod e a una serie di artisti italiani e internazionali. Che effetto fa mettere le mani su un brano che ha segnato un'epoca e cosa possiamo aspettarci dalla vostra rilettura?

Per me è un grande onore poter lavorare su un brano come Dancefloor, una traccia che ascoltavo già da ragazzino e che ha segnato un periodo importante della musica elettronica italiana. Ringrazio ancora Stefano per averci dato questa opportunità. Con Martino (Mass Prod) c'è un rapporto di stima e collaborazione che dura da anni. Quando Stefano mi ha proposto di partecipare al progetto ho subito pensato di coinvolgerlo perchè sentivo che potevamo dare una visione comune e personale al remix.
È stata un esperienza molto stimolante: abbiamo lavorato fianco a fianco in studio, confrontandoci continuamente sulle idee e sulla direzione da prendere. Siamo molto soddisfatti del risultato finale, che mantiene alcuni elementi riconoscibili dell’originale ma li rilegge attraverso il nostro linguaggio sonoro e la nostra sensibilità artistica.

Con il tuo bagaglio di produttore e DJ, e ora con questa nuova formula live in “duo”, cosa possiamo aspettarci da un tuo concerto? Cosa vuoi comunicare al pubblico che viene a vederti?

Bella domanda, perché è proprio su questo che sono molto focalizzato negli ultimi mesi. Oggi più che mai sento che la musica che produco e che porto dal vivo deve venire davvero dall’anima. Non ho mai guardato troppo alle mode, e questo non è detto che sia sempre un vantaggio, ma dopo tanti anni di questo lavoro sento sempre più forte il bisogno di proporre qualcosa che sia veramente mio, e di trasmettere questo a chi viene ad ascoltarmi: una musica ‘dall’anima’, sincera.
Questo approccio ha sicuramente dei contro, come tutte le scelte più istintive e personali, ma credo che l’aspetto più importante resti quello di continuare a evolversi, studiare e cercare di migliorarsi costantemente. Nel live, con questa nuova formula in duo, l’idea è proprio quella di rendere questa autenticità ancora più viva e diretta sul palco.

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