Search Menu
Home Latest News Menu
ARTISTS

Mikrokosmos EP. 8

di MAXIMILIAN

  • Laura Liendo
  • 23 September 2026
Mikrokosmos EP. 8
IG 'EVIDEON STUDIO RECORDS' IG

Dagli esordi tra New Wave e acid house fino ai decenni trascorsi dietro la console, collezionando dischi ed esplorando le possibilità offerte dalla musica elettronica, MAXIMILIAN ha costruito il proprio percorso attorno a un profondo rispetto per la cultura underground. Nato in Sardegna e oggi di base a Londra, producer, DJ e sound designer, ha sempre mantenuto un forte legame con la dimensione fisica e tangibile della musica, sia come artista sia attraverso la sua label, EVIDEON Studio Records.

Fondata nel 2021, EVIDEON Studio Records ha sviluppato un’identità ben precisa, basata esclusivamente su release in vinile e su una produzione interamente analogica. Il suo ultimo capitolo, Mikrokosmos EP. 8, prosegue lungo questa direzione con due composizioni originali, “Le Couppey” e “Brahms”, realizzate interamente attraverso hardware e strumentazione analogica. Tra Deep House, Acid House, texture dub e le atmosfere più oscure dell’underground anni Novanta, l’EP sembra interessato molto meno alle tendenze del momento che alla costruzione di uno specifico stato mentale.

In vista dell’uscita di Mikrokosmos EP. 8, abbiamo incontrato MAXIMILIAN per parlare del suo approccio alla produzione analogica, della filosofia alla base di EVIDEON Studio Records, dell’importanza del vinile, del suo studio e del motivo per cui, nella musica elettronica underground, l’autenticità continua ad avere un peso fondamentale.

'MIKROKOSMO' SOUNDCLOUD

- Mikrokosmos EP. 8 prosegue il percorso di EVIDEON Studio Records. Qual è stato il punto di partenza di questo disco e cosa volevi comunicare attraverso “Le Couppey” e “Brahms”?

Mikrokosmos 8 rappresenta per me l’inizio di un nuovo viaggio. Dopo la musica che avevo realizzato nel 2024, sentivo il bisogno di cambiare, di prendere una direzione diversa, influenzata da un particolare momento della mia vita, con tutte le esperienze, le scelte e gli errori che ha comportato.

In qualche modo, proprio quegli errori sono entrati a far parte della musica, ed è da lì che sono nati “Le Couppey” e “Brahms”. Anche i titoli sono profondamente legati al mio amore per la musica classica e, in particolare, per il mondo di Brahms.

Con queste due tracce volevo creare uno scenario preciso, qualcosa di cinematografico, malinconico ed emotivo, costantemente immerso in armonie in tonalità minore. Non sono semplicemente due brani: rappresentano un momento, un passaggio e l’inizio di qualcosa di nuovo.

Un nuovo viaggio, nato dal passato ma rivolto verso un luogo completamente diverso.

- La tua musica attinge molto allo spirito della Deep House, dell’Acid House e ai suoni underground degli anni Novanta. Che cosa continua ad affascinarti di quell’epoca e come riesci a reinterpretarne le influenze senza limitarti a guardare indietro?

Sono rimasto profondamente affascinato dal sound della Belgian New Beat del 1987. Poi è arrivata l’incredibile musica proveniente dagli Stati Uniti, da Detroit e Chicago, con la prima House e l’Acid House.

È stato allora che ho iniziato a comprare la mia strumentazione analogica e i primi sampler.

Per me, la vera House deve essere plasmata anche attraverso quelle prime macchine degli anni Novanta. C’è qualcosa di speciale nel calore, nel peso e nel carattere del suono analogico, nella sua corposità e nelle forme d’onda che riesci a creare.

Quel vero suono analogico continua ancora oggi a essere una delle mie principali fonti di ispirazione.


- EVIDEON ha una filosofia molto precisa: tutto viene creato da zero utilizzando hardware originale e strumentazione analogica. Perché questo processo è così importante per te e cosa pensi possa offrire la produzione analogica rispetto a un workflow prevalentemente digitale?

La mia filosofia è sempre stata molto semplice: volevo fare musica in maniera analogica, utilizzando macchine come Roland Juno-60, Oberheim OB-8, Prophet-5 o Moog, spesso lavorando anche in collaborazione con altri studi.

Amo l’intero processo: registrare il mix su nastro e poi passare attraverso un mastering analogico. Per me, il risultato finale deve sembrare qualcosa che esiste realmente nello spazio, nel tempo e nell’energia.

È anche per questo che credo così tanto nel vinile. Un file digitale è semplicemente un insieme di dati: non puoi toccarlo, sentirne l’odore o possederlo davvero come oggetto. Un disco in vinile, invece, ha una presenza fisica, una storia e una vita propria. Un’edizione limitata può rimanere per sempre parte della storia.

La musica digitale, a volte, mi dà un po’ l’impressione di essere “fast food”: processata e usa e getta. L’analogico è diverso. Ha un’anima.

Mi considero anche una sorta di artigiano del suono. Amo il mestiere, la fisicità della musica e tutto ciò che c’è di concreto dietro a essa, invece di scegliere semplicemente la strada più semplice.

Per questo amo sostenere i negozi di dischi indipendenti e tutte le persone che continuano a mantenere viva questa cultura. E mi rende particolarmente felice vedere una nuova generazione riscoprire il vinile.

Per me, sostenere il vinile significa sostenere l’intero ecosistema: gli artisti, le label, i negozi di dischi e, soprattutto, tutte quelle persone che credono ancora nell’idea di possedere la musica come qualcosa di reale e tangibile.

- Hai spesso parlato dell’importanza dell’artigianalità rispetto alla comodità. In un’epoca in cui la tecnologia consente di creare musica più velocemente che mai, pensi che limiti e imperfezioni possano rendere la musica elettronica più interessante?

Non credo molto nella “musica fast food”. Per me, realizzare davvero bene una traccia richiede tempo, a volte anche tre o quattro mesi. Continuo a tornare sulla melodia, sull’armonia, sul ritmo e sull’arrangiamento finché ogni elemento non mi sembra al posto giusto. E spesso sono proprio quelle piccole imperfezioni a dare carattere a un brano.

Vedo anche una differenza tra essere un producer ed essere semplicemente un assemblatore. Un producer crea il suono dalle fondamenta, invece di limitarsi a mettere insieme suoni e sample già pronti.

Quando costruisci qualcosa personalmente, con le tue macchine, le tue idee e le tue mani, finisci inevitabilmente per mettere una parte di te stesso nella musica. Per questo credo che ciò che viene realizzato con attenzione e cura possa rimanere nella memoria delle persone per moltissimo tempo.

Ed è qualcosa che percepisco anche attraverso i feedback di chi acquista i miei dischi.

- Portaci per un momento dentro il tuo studio. Quali strumenti hardware sono diventati essenziali nel tuo processo creativo? C’è una macchina o uno strumento in particolare che ha avuto un ruolo fondamentale nel sound di Mikrokosmos EP. 8?

Al momento il mio studio è pieno delle macchine che hanno contribuito a definire il mio suono: Roland 909, 707, MC-303, TB-303, DX7, Korg M1, Ensoniq SQ1, Juno-60, Oberheim OB-8 e Prophet-5.

Lavoro anche con sampler Akai MPC 2000 e, a volte, quello che faccio è semplicemente mettere insieme tutta questa energia e vedere cosa emerge dalla sessione in studio, cosa finirà poi per diventare parte dell’universo di Mikrokosmos e di EVIDEON Studio Records.

Ed è esattamente così che sono fatto: di notte, invece di dormire, sogno e immagino melodie, armonie, batterie e pattern ritmici. La musica sta già suonando nella mia testa prima ancora che tocchi le macchine.

- EVIDEON è volutamente una label esclusivamente vinile, senza release digitali in qualità integrale. Cosa rappresenta oggi per te il vinile e perché pensi abbia ancora valore creare musica specificamente per DJ, selector e collezionisti?

Io credo esclusivamente nel vinile, anche perché è già il nome stesso a dirlo: DJ significa disc jockey, qualcuno che mette i dischi.

Credo in qualcosa di reale e fisico. Nel digitale, molte cose possono sembrare preregistrate, preconfezionate e prive di sforzo. Dov’è la sfida nel portarsi dietro una borsa di dischi da venti chili? Quello è il mio mondo.

Ciò che mi entusiasma è vedere la comunità del vinile crescere nuovamente. Quasi ogni sabato, quando vado a comprare dischi, vedo ragazzi giovanissimi fare la fila per acquistarli. Stanno scoprendo quel rapporto fisico con la musica.

Con il vinile puoi commettere un errore, e quell’errore ti insegna qualcosa. Ti assumi la responsabilità di ogni mix e di ogni transizione.

Non puoi semplicemente affidarti a un algoritmo o a una playlist preparata alla perfezione.

Ed è proprio questo che rende speciale un DJ che suona in vinile. Devi saper leggere il dancefloor, adattare la selezione e diventare al tempo stesso lo psicologo e il maestro di cerimonie della serata.

È proprio in quella piccola percentuale di rischio che accade la magia.

- Hai iniziato a collezionare vinili nel 1988 e a suonare professionalmente nei primi anni Novanta. Come è cambiato il tuo rapporto con i dischi nel corso dei decenni e cosa pensi possano imparare i DJ e i producer più giovani dal digging nelle collezioni fisiche?

Ho iniziato a collezionare dischi nel 1988 e il primo è stato “What Time Is Love” dei KLF. Da lì ho lentamente costruito la mia collezione e ho iniziato a organizzare i miei primi party. Illegali, naturalmente! All’epoca nessuno capiva davvero la musica che proponevo: era qualcosa di completamente diverso.

Durante gli anni Duemila ho esplorato club in tutta Italia e in Europa, rimanendo sempre fedele alla mia identità underground.

Ma proprio negli anni Duemila ho cominciato anche ad assistere a un declino. La digitalizzazione ha improvvisamente reso la produzione musicale accessibile a tutti. Prima, generalmente, si lavorava all’interno di veri studi insieme a producer, musicisti e persone che avevano studiato musica, come ho fatto io e come continuo a fare ancora oggi. All’improvviso chiunque poteva produrre e, secondo me, la qualità generale ha cominciato a cambiare. È lì che ha iniziato a comparire questo “fast-food sound”.

Naturalmente sono usciti ottimi dischi anche dopo il 2000, ma secondo me pochissimi possiedono il carattere duraturo della musica prodotta negli anni Ottanta e Novanta. Dietro quei dischi c’erano un lavoro enorme, conoscenza e grande artigianalità.

Poi, intorno al 2009-2010, la situazione per me è diventata ancora più difficile. Ricordo che entravo nei negozi di dischi e semplicemente non trovavo nulla che volessi comprare. Per me ha rappresentato una vera crisi d’identità e ho quindi deciso di fermarmi per quasi dieci anni, per studiare, ascoltare e imparare.

Sono poi tornato nel 2022 con una visione molto più chiara. E ho capito qualcosa che è diventato centrale in tutto quello che faccio:

Il futuro è nascosto nel passato.

Oggi vedo una nuova generazione riscoprire il vinile e capire che questo formato, nato nel passato, può convivere con il presente e forse restare per sempre, proprio perché rappresenta qualcosa di reale e tangibile.

- Il tuo percorso musicale ti ha portato dalla Sardegna a Londra e, nel frattempo, hai lavorato come DJ, producer, sound designer e fondatore di una label. In che modo questi diversi capitoli della tua vita hanno plasmato il sound e la filosofia che hai oggi?

Tutti questi anni di evoluzione, le battute d’arresto e i tanti errori che ho commesso lungo il percorso mi hanno reso più determinato, più concentrato e molto più consapevole della mia identità. Oggi so esattamente chi sono e cosa voglio fare, senza svendermi né scendere a compromessi. È diventato quasi una missione, uno scopo, uno stile di vita. Semplicemente, questo sono io.

Probabilmente oggi sono diecimila volte più forte di prima. Devo ammettere che nei primi anni ho sofferto molto. Negli anni Novanta era estremamente difficile proporre qualcosa di musicalmente diverso. Se i club non accettavano il tuo sound, dovevi organizzarti da solo i tuoi party illegali. E anche quando riuscivi finalmente a entrare in determinati club, capitava che i proprietari volessero che suonassi uno stile diverso. Io non sono mai riuscito ad accettarlo. Volevo suonare il mio sound, perché è ciò che sono sempre stato.

Sono orgoglioso di aver attraversato così tanti periodi differenti della musica, ma oggi ho capito una cosa con molta più chiarezza. Il suono che sento davvero mio, quello che voglio rappresentare nelle mie performance di oggi e del futuro, arriva soprattutto da Detroit e Chicago.

È per questo che circa il 95% della mia selezione musicale proviene da quell’area. Dopo tutti questi anni ho capito che è nello spirito, nel suono e nella cultura di Detroit e Chicago che sento davvero di appartenere.

- La musica elettronica underground è cambiata enormemente dagli anni Novanta a oggi. Dal tuo punto di vista, cosa abbiamo guadagnato e cosa, invece, rischiamo di aver perso con una cultura diventata sempre più globale, accessibile e digitale?

La musica elettronica è cambiata enormemente dagli anni Novanta a oggi, ma è anche questa la bellezza della vita. Devi attraversare periodi diversi per capire cosa hai perso e cosa, invece, puoi scoprire iniziando un nuovo viaggio.

In passato, come DJ o producer, dovevi portarti fisicamente dietro cassette, promo e demo. Oggi i social media ci offrono l’incredibile possibilità di raggiungere persone dall’altra parte del mondo. Se utilizzati nel modo giusto, possono essere uno strumento fantastico.

Ho anche la sensazione che la cultura musicale stia crescendo, soprattutto all’interno della comunità legata al vinile. C’è un vero scambio tra collezionisti: ci si mostra ciò che si è scoperto, si parla dei dischi e si cercano le storie che si nascondono dietro di essi. Internet ha reso possibile tutto questo su una scala completamente diversa.

Naturalmente ci sono pro e contro. Oggi puoi trovare un disco in Germania che magari non vedresti mai in un negozio di Londra e fartelo recapitare direttamente a casa.

Ma il vinile continua ad avere qualcosa di estremamente speciale. Quando un DJ mette un disco, magari nel mondo esistono soltanto poche centinaia o un migliaio di persone che possiedono quella particolare stampa. Nel digitale, la stessa traccia può invece diventare immediatamente disponibile per decine di migliaia di persone.

Quella rarità, quel senso di possesso e di scoperta, sono ciò che rende così speciale la cultura del vinile. Ed è per questo che, per me, il vinile rimarrà sempre al livello più alto.

- Guardando oltre Mikrokosmos EP. 8, dove immagini che andranno MAXIMILIAN ed EVIDEON Studio Records? Ci sono particolari suoni, artisti o idee che non vedi l’ora di esplorare nel prossimo capitolo?

Guardando al futuro, con la serie Mikrokosmos sono già avanti di diversi anni. Stiamo per aprire i pre-order di Mikrokosmos 9, ma io sto già lavorando a Mikrokosmos 20.

Pubblico soltanto due o tre dischi all’anno, perché dietro ognuno di essi c’è moltissimo lavoro: produzione, arrangiamenti, mixaggio, mastering, stampa e distribuzione. È un processo lungo e intenso, ma è proprio questo ad affascinarmi.

Quindi, a livello di release, probabilmente ho già materiale per i prossimi tre o quattro anni. E continuerò a lavorare a Mikrokosmos finché mi sarà possibile, perché il progetto rappresenta molto più della semplice musica elettronica. È anche uno stile di vita.

Per quanto riguarda il DJing, al momento sto valutando alcune agenzie che potrebbero occuparsi dei miei booking. In realtà ho anche rifiutato alcune richieste mentre cerco di prendere questa decisione. Spero che dal 2027 possa iniziare a fare una o due performance al mese, con il team giusto al mio fianco.

Sono assolutamente aperto a nuove opportunità, ma per me devono essere quelle giuste.

Acquista Mikrokosmos EP. 8 QUI

Load the next article
Loading...
Loading...