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Modeselektor: l'arte di creare il momento per distruggerlo

Abbiamo incontrato Sebastian Szary dei Modeselektor su un rooftop di Barcellona durante il Sónar per parlare di musica, ispirazione e visione.

  • Alessandra Sola | © Nerea Coll, Fran Okaro, Ariel Martini
  • 11 August 2026
Modeselektor: l'arte di creare il momento per distruggerlo

Il duo berlinese composto da Gernot Bronsert e Sebastian Szary è una di quelle presenze rare che, più passano gli anni, più sembrano allontanarsi da qualsiasi forma di prevedibilità. Nati musicalmente nelle pieghe della Berlino post-Muro, cresciuti tra feste acide illegali e un'incrollabile resistenza a ogni purismo di genere, i Modeselektor hanno costruito una carriera che è un continuo zigzagare tra IDM, glitch, electro, hip-hop e rave. E proprio quando si pensava di averli inquadrati, loro cambiano prospettiva.

Al Sónar 2026 sono tornati con un live set completamente nuovo, il primo dopo più di sei anni. Ho incontrato Sebastian Szary nella hall del Nobu Hotel di Barcellona, dove alloggiava. Nonostante la stanchezza dovuta a ore di viaggio post Solstice Festival, da cui arrivavano, Sebastian mi ha accolto con una gentilezza disarmante e un sorriso ricco di energia e di voglia di raccontare il suo amore per la musica e per ciò che fa.
Ci siamo spostati sul rooftop, io con una birra, lui con un Fernet e Coca-cola. L'aria di Barcellona, il sole rovente, e lui che inizia a raccontare, in modo spontaneo e giocoso, con l'aria di chi non ha mai smesso di divertirsi in questi ultimi trent'anni.

Il nuovo live nasce da un ritrovamento fortuito di un vecchio PC dei primi anni 2000.

"È venuto fuori dal lavoro che abbiamo fatto l'anno scorso, riscoprendo vecchi brani che avevamo prodotto nei primi anni 2000, dal primo e dal secondo album. Così abbiamo provato a ricostruirli e pensarli per questi anni, 2025, '26, '27..."

Non una semplice riedizione, ma una vera e propria rilettura, un dialogo tra il sé di allora e quello di oggi. Sullo stage, l'approccio è volutamente essenziale: un computer, una drum machine TR-808, un sintetizzatore Korg. Una sedia pieghevole su cui Sebastian inizia lo show fumandosi una sigaretta e bevendosi forse un caffè in un bicchiere di carta (o forse un Fernet e Coca).

"Quando abbiamo iniziato a lavorare al live l'idea era: "ok, suoniamo un set composto solo da vecchi brani." Quindi puoi usare una drum machine, puoi usare vecchi sintetizzatori o sintetizzatori nuovi che suonano come quelli di una volta. Ma sai, non si tratta solo di riprodurre i brani, ma anche della possibilità di conservare quel momento e, a volte, di distruggerlo."

Questa sembra essere la filosofia che appartiene da sempre al duo, ma che Sebastian estende anche alla vita. A un certo punto glielo faccio notare e lui annuisce:

"Sì, voglio dire, in un live show o in tutta la vita: è lo stesso".

Niente è lineare, niente è scontato. Il loro rapporto con il Sónar è lungo e profondo: la prima volta Sebastian ci è venuto nel 2000, e da allora sono diventati una sorta di resident, sia con i Modeselektor che con i Moderat. Ricorda quando il festival si teneva ancora alla Fiera, in quella che lui definisce "una terra di nessuno". Ma ora è diverso. Ora, se decidi di andare nella sala più grande, "è come andare a un rave. O almeno, più o meno è questa la sensazione che ho provato prima durante il sound check. È tutto molto definito, ma anche con i bordi sfumati al punto giusto da farti perdere e ritrovare. E in fondo, è una scelta che ognuno fa con sé stesso." Dice.

A proposito di cambiamenti e di scelte, tra un sorso di birra e uno di fernet e Coca, gli chiedo oggi, dopo oltre trent'anni anni di carriera e musica, cosa lo ispiri ancora.
Lui si sofferma su quell'oggi, incuriosito e particolarmente attratto da questa sfida celata che gli ho lanciato, ribadendomi "Intendi, specialmente oggi?" come se in quella definizione di tempo ci fosse tutta la difficoltà di fare musica in un'epoca tremendamente distorta.

"Vedi, devo riflettere sull’ispirazione. È vero, bisogna mantenere alta la pressione sanguigna perché sono davvero stanco. Ma non è questo il punto. Quella è un’altra questione... Se me lo chiedi come solista, come artista solista, dico spesso che non posso parlare di musica perché... Ti faccio un esempio: possiamo ascoltare questo brano in sottofondo e loro possono dirti, ok, è musica da bar o qualcosa del genere. Ma per quanto riguarda la mia musica, o anche, diciamo, per i Modeslektor, non sono io la persona che può parlare del punto da cui prendo ispirazione. Forse quella sei tu?"

Sorride lanciando a me la palla, con l'umiltà di un artista che è diventato punto di riferimento per un movimento di generazioni, senza sapere esattamente come, facendo semplicemente ciò che gli viene naturale.

"Quando sono nel bel mezzo del processo di produzioni in studio, iniziare a lavorare su un brano sembra sempre facile. Poi, a posteriori, mi rendo conto di come non lo sia per niente. Costruisci strati su strati di elementi che le persone difficilmente noteranno. È da lì che viene l'ispirazione, da qualsiasi elemento che decidi di inserire. Non sono sicuro di aver risposto alla tua domanda..."

In qualche modo, nel suo astrattismo, Sebastian risponde perfettamente alla mia domanda. Poi, però, vira su un esempio decisamente più concreto.

"Un po' come la Sagrada Familia, no? FInalmente l'hanno finita ed è stata una stratificazione durata un secolo. L’architettura, per me, è a suo modo fonte di ispirazione: negli edifici ci sono motivi e puoi anche trasformare in ritmo o in schemi melodici, in vere sequenze di note...

È una domanda così piena di risposte che non ne trovo neanche una. Forse, dopo stasera, la troverò e ti risponderò."

Sorride.

Abbandoniamo l'idea dell'ispirazione e chiacchieriamo sulla sua visione della scena di oggi. Il suo punto di vista mi incuriosisce. Non penso mai al fatto che oggi stiamo vivendo un momento storico per la musica elettronica unico e, forse mai come ora, possiamo ascoltare nello stesso periodo una moltitudine di generazioni diverse.

"Penso che la scena in generale una vasta gamma di età diverse. A volte ci sono i genitori e figli ad ascoltare uno stesso artista, a volte i genitori ascoltano i figli o i figli i genitori.
Per quanto riguarda me, per esempio, ho tre teenager a casa, amano la musica e sono anche in quella fase in cui posso fargli ascoltare ciò che piace a me, così che possano scoprirlo. C'è da dire, però, che oggi con tutte queste piattaforme social, Instagram, TikTok eccetera, passi da un loop all'altro. Quindi le nuove generazioni forse faticano un po' a incontrare un genere o un qualcosa a cui appartenere. È tutto mega veloce, c'è poco ascolto, ci si sofferma poco su quello che potresti scoprire oltre i 15 secondi. Credo sia nostro compito provare a fargli esplorare e scoprire cose nuove."

Ci soffermiamo a riflettere poi sul senso che possa avere tutta questa musica all'interno dei reel o dei contenuti social, i ragazzi non cercano più la musica perché non ne hanno bisogno. Ce l'hanno concentrata in un dispositivo che gliene propone in quantità infinita, senza dover nemmeno scegliere. Non è giusto o sbagliato, è di certo solamente diverso da quando ha iniziato lui.

A proposito di musica e di tempi che corrono, a un certo punto la mia curiosità si sposta sull'eterno dibattito, analogico VS. digitale, e dopo un'analisi di come il vinile oggi abbia raggiunto prezzi folli, dovuti ai costi di stampa, ma anche al trend del momento (che forse, lo sappiamo, sta già sfiorendo), Sebastian mi stupisce di nuovo con un aspetto della musica in digitale a cui non avevo mai pensato.

"Sai, quando hai una traccia nella tua app di streaming, c’è questa copertina in miniatura sullo schermo, ma non saprai mai cosa c’è sul retro. Se invece decidi di comprarlo come supporto fisico, come disco in vinile, quando ti arriva tra le mani vivi l'istinto irrefrenabile di girare la copertina, di vedere cosa c'è dietro e cosa c'è all'interno e... Oh mio Dio, quante informazioni si scoprono sulle copertine dei dischi. Per me è ancora una cosa incredibile."

Il suo genuino amore per la musica esce anche da questa riflessione su cui, forse anche a causa della mia generazione, non mi ero mai soffermata. L'ignoto che si cela oltre ciò che ci fermiamo a guardare.

"Sia per me che per Gernot è ancora incredibile comprare vinili. Ci rende felici. Lui usa molto i dischi quando fa i suoi set. È un amore che portiamo dentro, inconsciamente."

Io e Sebastian rimaniamo ancora un po' a chiacchierare e a guardare Barcellona dal rooftop su cui ci troviamo. Dall'altro mi indica i luoghi della città in cui ha suonato o che significano qualcosa per lui. La sua dolcezza nel dedicare del tempo a me, nonostante la stanchezza dovuta alla gig al Solstice Festival della sera prima e alla mancanza di sonno, è un ricordo prezioso che conservo nel cuore. Quel Sebastian di cui ero fan sfegata da adolescente, che ho sempre immaginato come un artista scapestrato e difficilmente incasellabile in una definizione, mi si è presentato sotto una veste del tutto inaspettata: sensibile, gentile e premuroso.

Scherzando gli faccio qualche foto con lo skyline di Barcellona come sfondo. e mi rendo conto che il suo senso dell'umorismo tedesco, quello che non capivo mai quando vivevo a Berlino, è lì pronto a colpire.

La sera mi godo tutto il live al Sónar Village stage by Estrella Damm. Dalle 2:15 alle 3:35 un concentrato di energia, un viaggio incredibile che ha tenuto altissima la mia attenzione e quella di tutto il crowd. Spiegare la loro direzione è praticamente impossibile: ti portano sul ciglio di un burrone, ti stanno per spingere giù, ma poi ti riacchiappano con una manona caldissima che ti stritola e ti fa sentire a casa. La loro musica è questo e molto altro, naturalmente.

La narrazione sonora che compongono è direttamente proporzionale all'intero show che costruiscono sul palco. L'approccio è super minimal, dettato dalla loro manipolazione delle macchine che usano per suonare. Luci, effetti, ombre: nulla è lasciato al caso, soprattutto i messaggi politici. "This track kills fascism" cantata da Sebastian, che per un momento ha abbandonato il booth passando davanti per avvicinarsi a un crowd ipnotizzato, è uno di quei momenti che mi ha fatto ricordare perché - ognuno a proprio modo - con la musica facciamo quello che facciamo.

L'intero live mi ha fatto riflettere sull'intensa chiacchierata che abbiamo avuto io e Sebastian durante il pomeriggio e, nonostante ci siano almeno un miliardo di cose che non ho avuto modo di chiedergli, in quell'ora e un quarto di live mi ha risposto al 100%.

Forse, la musica, fa proprio questo. Crea domande che trovano risposte nel libero vagare della nostra espansione, spostando l'attenzione non sul riscontro, ma sulla nostra evoluzione durante il tempo di questo vagare. Proprio come hanno fatto Sebastian e Gernot, dando con questo live vita nuova alle loro produzioni di oltre 20 anni fa trovate in un vecchio pc.

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