Nuove iniziative per la sicurezza delle artiste e la lotta alle molestie nell'industria musicale
Tra molestie, sessismo e oggettivazione, lo studio di registrazione è per molte artiste un ambiente ostile e insidioso. Solo il 2% dei produttori nelle classifiche è donna e l'83% delle intervistate racconta episodi di disagio. Tra codici di condotta, contratti garantisti e iniziative dal basso, cresce la spinta per trasformare la cultura del settore e restituire sicurezza ai talenti femminili.
Per un numero schiacciante di donne, lo studio di registrazione si trasforma spesso in un ambiente tutt'altro che sicuro, un luogo intimo in cui il lavoro si svolge a tarda notte e con poca supervisione, favorendo comportamenti che vanno dalle battute volgari alle vere e proprie molestie. La cantautrice Jessie Reyze racconta di essersi sentita accolta con risate e condiscendenza durante una sessione serale, con gli uomini presenti che la scambiavano per "una ragazza che vuole solo fare festa". La sua esperienza non è isolata: un recente studio dell'Annenberg Inclusion Showcase dell'USC rivela che solo il 2% dei produttori presenti nelle classifiche di fine anno della Billboard Hot 100 tra il 2012 e il 2018 erano donne, e l'83% delle 75 cantautrici e produttrici intervistate ha dichiarato di aver vissuto situazioni di disagio in studio. Il 39% ha subito oggettivazione, il 28% ha visto le proprie competenze sminuite a causa del genere e il 20% concorda sul fatto che alcol, droghe e sessualizzazione delle donne siano parte integrante della cultura del settore.
"Devi lottare per la tua identità di pari, non come un prodotto spedito lì per il divertimento di qualcuno", afferma Reyze, dal suo blog, dopo aver tratto ispirazione da un'esperienza con un noto produttore per il suo singolo "Gatekeeper". La cantautrice Victoria Monet confida di essersi fatta accompagnare da amiche durante le sessioni notturne come "rete di sicurezza". La produttrice Shakari "Tragkiri" Boles racconta di aver impiegato anni per costruirsi una "corazza mentale" contro il sessismo, entrando in stanze in cui non veniva nemmeno considerata, un aspetto che incide pesantemente sulla salute mentale. Per questo nel 2018 ha lanciato "The 7% Series", un ciclo di panel per dare visibilità alle produttrici e tecnici del suono, chiarendo che il suo messaggio non è di stare alla larga dallo studio, ma di cambiarlo dall'interno. All'indomani del movimento #MeToo, sono in molti a spingere per una trasformazione culturale.
Ty Stiklorius, fondatrice di Friends at Work, paragona lo studio al "casting couch" dell'industria musicale e propone l'adozione di contratti che impongano il rispetto degli spazi personali, oltre a veri e propri poster informativi sulle molestie, simili a quelli presenti nei mezzi pubblici. La Task Force for Diversity and Inclusion della Recording Academy ha persino valutato l'ipotesi di attivare una linea telefonica dedicata. "Ci sono mele marce che occupano troppo spazio", afferma Terri Winston del Women's Audio Mission, "e ci dimentichiamo di quante persone vogliano davvero questo cambiamento". Sul fronte operativo, il collettivo We Have Voice, nato dalla stanchezza di assorbire notizie negative senza azioni concrete, ha redatto un codice di condotta formale per promuovere luoghi di lavoro più sicuri nelle performing arts.
Cinquantanove istituzioni in tutto il mondo lo hanno adottato, ma finora solo uno studio di registrazione, il Crew Studios di Vancouver. Il suo manager, Andy Warren, dopo aver assistito impotente a un episodio di violenza fisica, ha deciso di integrare il codice nei propri contratti, riservandosi il diritto di interrompere una sessione in caso di comportamenti inappropriati. C'è anche chi, come Alaina Moore dei Tennis, ha scelto di costruirsi uno studio tutto suo, rifuggendo l'atmosfera da "man cave" per creare un ambiente che riflettesse la sua identità e comunicasse apertamente che le donne sono le benvenute. Nonostante le difficoltà, alcuni veterani iniziano a vedere dei progressi. Lanre Gaba, GM di Atlantic Records, nota un cambiamento nel livello di rispetto verso le figure femminili negli spazi creativi, un tempo considerate solo fidanzate o groupie. Artiste come Jessie Reyze guardano ora a colleghe affermate come Kehlani e H.E.R. come a modelli di forza e rispetto, e chiedono agli alleati maschili di spezzare il silenzio e prendere parola di fronte a qualsiasi umiliazione, perché solo così si potrà costruire una nuova cultura, dove tutte possano sentirsi sicure e valorizzate.
