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Techno in piazza: basta un giorno per rifare cultura?

Sabato 11 aprile la DJ belga ha riunito più di 10mila persone in piazza Matteotti in modo totalmente gratuitamente. Cosa possiamo capire da questo evento sulla situazione culturale del nostro paese?

  • Alessandra Sola
  • 13 April 2026
Techno in piazza: basta un giorno per rifare cultura?

È ormai evidente a tutti che in Italia mancano spazi -per giovanissimi e non solo- che possano essere identificati come club o luoghi di cultura e subcultura.
La politica attuale e i relativi media preferiscono spostare l'attenzione su un'altra narrazione: i ragazzi di oggi non sarebbero più interessati a vivere esperienze notturne in spazi sociali e di comunità, rifiutando alcol e sostanze; piuttosto, amerebbero ritrovarsi all'alba in una caffetteria o panetteria (senza licenze per pubblico spettacolo, ma questa è un'altra storia) per ballare e divertirsi in modo sobrio e disinteressato, così da potersi godere la giornata, come viene sottolineato più e più volte.
Questo racconto, però, non fa che delineare un quadro già di per sé chiaro. E se invece queste nuove generazioni, in assenza di luoghi adatti, stessero semplicemente cercando di ricreare altrove ciò che sarebbe più che naturale fare alla loro età, ovvero ritrovarsi e divertirsi?

Genova ha dato la sua personale risposta a questo e molti altri temi, riprendendosi gli spazi in modo plateale: sabato 11 aprile ha ospitato in una delle sue principali piazze, Piazza Matteotti, oltre 10mila persone offrendo il DJ set totalmente gratuito di Charlotte de Witte. In console, proprio durante lo slot della DJ belga, appare anche la Sindaca Silvia Salis, che sente il bisogno di postare foto e video durante l'evento. La Sindaca, negli ultimi tempi, è stata nominata più volte da giornali e media come possibile "antagonista" di Giorgia Meloni, attuale Presidente del Consiglio.

Fino a qui tutto ok. Una figura politica, con idee in totale contrasto rispetto l'attuale governo, sale su un palco che ha potuto esistere grazie anche al suo lavoro e della sua amministrazione, dando così la benedizione ai promoter e alle realtà che negli ultimi anni hanno mantenuto viva la scena elettronica di Genova, permettendogli di raggiungere l'apice con un evento del genere.

Se questo fosse già un inizio di campagna elettorale, a un primo sguardo superficiale potremmo dire che forse, nella storia del nostro Paese, è sicuramente uno dei più cool mai avvenuti fino a ora. La Sindaca non ha mai dichiarato la volontà di voler abbandonare il mandato per concorrere alle presidenziali, ma i primi segnali stanno già accendendo l'attenzione di tanti. Pare quindi che, anche in Italia, si passati dalla musica techno per fare politica (non quella bella, rivoluzionaria, ma quella becera, da Camera e urne).

A livello di comunicazione, quello che è successo è piuttosto basilare: nessuno ha bene idea del background della sindaca Salis, delle sue competenze e, probabilmente, neanche delle sue direzioni politiche. Ma sembra basti avere qualcuno in totale contrasto con l'attuale governo per riscuotere un ottimo successo. Noi gliel'approviamo, Sindaca, non siamo qui per fare polemica.
Quello che sarebbe importante non perdere di vista, però, è il modo in cui un genere musicale che fa da ombrello a una moltitudine pressapoco infinita di altri generi venga strumentalizzato. Negli ultimi anni in Italia proporre un evento di musica elettronica e tutti i suoi correlati è stata una prova da highlander. Chiunque si sia interfacciato con burocrazia, permessi, luoghi, gestioni ha avuto un elenco interminabile di spese, problemi, ansie, tanto da trovarsi -nella maggior parte dei casi- a dover chiudere club e realtà che nel nostro Paese hanno fatto la storia.

Oggi, per la nostra comunità di devoti alla scena, è una piccola grande vittoria che in una piazza venga proposto in modo totalmente gratuito un evento di questa portata (soprattutto con una DJ donna, scelta da non sottovalutare). Eppure, basta alzare lo sguardo dalla piazza per capire perché non possiamo fermarci qui. Lo strascico di sudore e sangue (metaforici, non fraintendeteci) degli ultimi dieci anni, delle realtà che negli anni 90 e 2000 hanno cambiato il modo di abitare la comunità, gli spazi urbani e la società è ancora lì sotto gli occhi di tutti. E oggi, più che mai, viene sbeffeggiato permettendo a luoghi che non hanno niente a che vedere con questo tipo di cultura di fingere di poterla fare. Bersi il cappuccino ballando in un caffè, non è un modo sano di fare clubbing. Non è un modo sano di fare cultura. È l'ennesima vittoria di un capitalismo che ormai non sa nemmeno più dove appendersi.

Appartenere a una comunità che rispetta a accoglie, che non fa altro che insegnare in modo puro e disinteressato l'importanza di stare insieme, come atto salvifico, politico e di resistenza, al tempo stesso non può essere riassunto con una giornata di musica techno in piazza. Riprenderci i nostri spazi, farlo per noi e per le generazioni a venire, è un diritto e, in un certo senso, un dovere per tutti quelli che prima di noi hanno costruito con impegno e dedizione dei veri e propri centri di cultura, che negli ultimi anni se li sono visti strappare dalle mani per far spazio a campi da padel e ristoranti asiatici.

Tutto ciò non è senso di nostalgia, non è ripudio verso l'evoluzione, è un'analisi piuttosto neutra di ciò che sta succedendo al nostro Paese. Spostare l'attenzione dal problema alla soluzione alternativa e transitoria, probabilmente destinata a svanire in pochi istanti, con un lavaggio del cervello mediatico tutt'altro che casuale.

Se sabato 11 aprile eravate in Piazza Matteotti a Genova e avete riassaporato il piacere di sentirvi parte di qualcosa di più grande, di un unico corpo che si muoveva e respirava un'aria di libertà, conservate quella sensazione. Fate in modo che vi abiti ogni volta che avete in mente qualcosa che significhi per voi cultura, a prescindere dai vostri gusti musicali, dai vostri interessi e professioni. Ma custoditela con cura per evitare che anche quella sensazione, domani, venga incartata, venduta e dimenticata. E che ogni nuovo tentativo di ricostruirla altrove si scontri con la possibilità della mancanza di uno spazio per farlo.

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